A due giorni dal rientro a scuola dopo la tragedia di Crans-Montana, il Liceo Virgilio si prepara ad accogliere gli studenti della 3ª D. Quattro di loro sono ancora ricoverati al Niguarda con gravi ustioni. Abbiamo parlato con il professor Mario Secone, che tra il dolore e la responsabilità sta coordinando il ritorno alla normalità di una comunità ferita.

Professor Secone, dopodomani si riapre. Ma come si fa a entrare in quella classe e guardare quei quattro banchi vuoti senza restare schiacciati dal dolore?

«Non entreremo da soli. Abbiamo chiesto il supporto degli psicologi dell’emergenza, professionisti abituati a gestire traumi di questa portata. Saranno loro ad accogliere gli studenti mercoledì mattina alle otto. È un rientro "protetto". Ma mi lasci dire una cosa: c’è un pensiero che ci sostiene e che non è poco. Per fortuna i nostri ragazzi sono vivi. Quei banchi sono vuoti oggi, ma si ripopoleranno. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà, ma il pensiero che torneranno è la nostra ancora di salvezza. Questo cambia tutto: non siamo qui per una commemorazione, ma per un'attesa».

Al di là degli esperti, cosa proverà lei personalmente quando incrocerà lo sguardo di quei ragazzi che hanno visto l’inferno con i propri occhi?

«Sa, la fortuna di essere una scuola è che non viviamo di attimi isolati. Noi siamo un percorso, un processo fatto di relazioni profonde che durano anni. Il primo impatto sarà certamente carico di emozione, ma non mi preoccupa più di tanto perché saremo assistiti. Quello che conta è ciò che faremo dopo, nei giorni e nei mesi a venire. La scuola è una rete affettiva solida. Avremo tutto il tempo per riannodare i fili di queste relazioni che il fuoco ha provato a spezzare».

Cosa avete detto ai docenti? Può capitare che un compagno di classe crolli, che resti a fissare il vuoto. Come si gestisce quella "sofferenza senza nome"?

«Non ci sentiamo persi. Da anni abbiamo uno sportello psicologico attivo per studenti, genitori e personale. Tutti i nostri professionisti si sono già messi a disposizione. Diremo ai ragazzi che la scuola c’è e che non devono aver paura della loro fragilità. Siamo pronti a dare supporto a chiunque ne senta il bisogno. Ma c’è un punto su cui sarò inflessibile: dal 7 gennaio chiederò il silenzio totale dei media. Per guarire, la scuola ha bisogno di normalità, non di pressione o di attenzione morbosa. Dobbiamo tornare a fare scuola, e per farlo dobbiamo proteggere i nostri ragazzi».

I quattro ragazzi ricoverati al Niguarda avranno una degenza lunghissima. Come pensate di farli sentire ancora "dentro" la scuola, anche se si trovano in un letto d’ospedale?

«Ora è il momento dei medici, e siamo fieri di avere un’eccellenza come il Niguarda. Noi rispettiamo il dolore delle famiglie con un distacco che è fatto di vigilanza e vicinanza discreta. Ma quando i medici ci daranno il via libera, saremo pronti. Abbiamo gli strumenti: istruzione domiciliare, collegamenti online, la scuola in ospedale. Faremo un piano personalizzato con le famiglie. Sarà un percorso durissimo, ma la scuola non si muove, resta lì ad aspettarli. Non servono eroi per farlo, serve una scuola seria, empatica e saggia».

In questi giorni di sospensione, ha percepito qualche segnale dai ragazzi? Stanno preparando qualcosa per il rientro?

«Per ora sono solo voci, messaggini sui gruppi. Ma la scuola è chiusa da due settimane, siamo tutti in uno stato di sospensione. Mercoledì, quando saremo finalmente insieme, ascolteremo le loro proposte. Qualcosa vorranno fare, ma dovrà essere un gesto per noi, per la nostra elaborazione interna, non qualcosa da "esporre" fuori. Anche noi adulti non siamo di pietra, abbiamo bisogno di capire come ripartire».

Il Virgilio è una scuola enorme, con quasi duemila studenti. Come si trasforma questo numero in una "famiglia" in momenti così?

«È vero, siamo tanti. Ma in questo momento tutto ruota intorno a quei " 4 milleottocentesimi" che mancano all'appello. Sono numeri piccoli su una scala grande, ma per noi sono immensamente significativi. Faremo in modo che il loro rientro sia graduale e protetto. Hanno vissuto drammi umani pesantissimi e noi non vogliamo aggiungerne altri con la burocrazia o la fretta. Ci vuole delicatezza. E quella, le garantisco, non ci mancherà».