Cosa ci portiamo a casa? Sicuramente molte discussioni e non poche polemiche. Chi ha davvero la capacità di dire di essere maturo? Figuriamoci se possiamo stabilirlo osservando per poche ore dei ragazzi durante un esame sostenuto con un'afa e un caldo fuori dal normale. Studenti che, durante le prove scritte, non sapevano se scegliere di scrivere o di sventolarsi con un ventaglio, oppure affidarsi agli ormai immancabili e utilissimi ventilatori portatili. I temi di italiano? Forse più adatti all'età adulta che a quella di giovani che si affacciano alla vita. E poi la presentazione del proprio percorso, del curriculum. Per alcuni è sembrata una piccola seduta di psicoanalisi dalla quale emergeva un messaggio chiaro: «Abbiamo voglia di dirvi chi siamo davvero.» Per altri, invece, è stata semplicemente una formalità: «Dobbiamo farlo? Facciamolo. Ma sappiate che è carta patinata, buona per un colloquio di selezione.»

Al netto di queste riflessioni, assolutamente personali, e della domanda sul senso che questo esame abbia ancora oggi, quello che posso confermare è che l'ansia, a volte, fa dire cose davvero stravaganti. E che, più che preoccupazione, hanno strappato qualche sorriso. Giusto per riderci su, ecco alcune perle. Alla domanda: «Mi parli della crisi del '29?» la risposta è partita con la "crisi di New Street"... Per poi passare al celebre "My Kraf" di Hitler, che sicuramente avrebbe fatto meno danni del Mein Kampf. Un altro studente, invece, ha spiegato che il libro fu scritto durante il periodo di "redenzione" in carcere... anzi no, di detenzione!

E poi c'è l'educazione civica, questa sconosciuta. Tanto impegno nel comunicarne l'importanza, ma poi, nella pratica, è spesso poco sviluppata durante l'anno. Soprattutto quando mancano docenti di discipline giuridiche che possano fare da punto di riferimento e costruire quei percorsi davvero trasversali e interdisciplinari che la materia richiederebbe. Troppo spesso, invece, diventa semplicemente un'ora affidata a ciascun docente, non condivisa con il resto del consiglio di classe e nella quale, ammettiamolo, molti ragazzi finiscono anche per annoiarsi.

Alla domanda: «Che cos'è per te la Costituzione?» sentirmi rispondere: «Un pezzo di carta» mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. Poi, però, guardando negli occhi quel ragazzo, ho capito che non c'era provocazione, né polemica. C'era semplicemente una totale assenza di riflessione. Ed è forse questo l'aspetto che più dovrebbe preoccuparci. Se questo è il futuro, allora è il caso di fare una seria riflessione su noi stessi e sul modo in cui questi ragazzi, ci tengo a sottolinearlo, ragazzi di un liceo, arrivano alla prova finale del loro percorso di studi. Se un domani dovranno governare l'intelligenza artificiale e non esserne governati, allora dobbiamo avere il coraggio di cambiare paradigma. Dobbiamo uscire dalla retorica della serietà e della severità a tutti i costi ed entrare in un nuovo modo di pensare la scuola e il futuro. Perché la vera domanda non è come vogliamo che sia l'esame di Stato. La vera domanda è: chi vogliamo che siano i governanti, i professionisti, i cittadini di domani? La risposta è davanti ai nostri occhi. Sono gli studenti di oggi. E il loro futuro dipende, ancora prima che da loro, da ciò che noi adulti scegliamo di insegnare, di trasmettere e, soprattutto, di testimoniare.