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photo by drazen zigic
di Nicoletta Bagliano
Per i nostri ragazzi è già arrivato il tempo degli esami, per la scuola invece questo tempo dura tutto l’anno. Discussa, criticata, giudicata, la classe docente italiana è quasi quotidianamente sotto la lente di una società tutt’altro che morbida nelle valutazioni. I fatti di cronaca lo confermano: violenze, fisiche e verbali, abusi e prevaricazioni abitano le aule e i corridoi rendendoli a volte teatro di situazioni inaccettabili, che restano nella memoria di genitori e studenti. In quelle stesse aule e lungo quei corridoi vivono, però, insegnanti appassionati, che si impegnano ogni giorno a formare le future generazioni, non solo dispensando nozioni, ma ascoltando richieste, aprendo orizzonti, creando possibilità per i nostri figli. Questa fetta (ed è la più numerosa!) di corpo docente, non finendo sui giornali, resta dimenticata, quasi invisibile, come un motore silenzioso che lavora costantemente per mandare avanti una macchina complessa, di cui si parla solo quando un pezzo si rompe.


A restituire dignità e valore alla scuola italiana ci ha pensato la quarta indagine sui docenti italiani In costante divenire. Insegnare tra molteplici impegni in contesti plurali, curata da Gianluca Argentin per le Edizioni Il Mulino. La ricerca è frutto della collaborazione tra l’Università di Milano-Bicocca, Istituto IARD e “Be for Education Foundation”, fondazione specializzata sui temi dell’education, che ha ridato vita all’indagine, finanziandola integralmente e garantendo continuità a una tradizione trentennale di studi sugli insegnanti italiani. Quasi 10.000 docenti di oltre 400 plessi scolastici distribuiti su tutto il territorio nazionale hanno risposto a un questionario elaborato insieme a una vasta rete di studiosi provenienti da diversi atenei.
Un mondo in costante mutamento
Per una volta dunque ci viene proposto di guardare questo mondo dalla parte dei docenti: la fotografia che emerge è quella di una scuola complessa, certo, ma in continua evoluzione. Un universo in movimento costantemente impegnato – spesso con risorse insufficienti – ad adeguarsi a esigenze e culture diverse, per formare bambini e ragazzi non solo affamati di sapere, ma anche confusi e inquieti.


«È un concetto che abbiamo voluto esprimere già nel titolo del libro bianco», commenta Gianluca Argentin, curatore del volume e professore associato di Sociologia generale presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Milano-Bicocca. «Da sempre prevale la tendenza a dipingere la scuola come un mondo immutabile, statico, incapace di adattarsi ai cambiamenti della popolazione giovanile. In realtà non è affatto così. La scuola ha un ritmo di cambiamento diverso da quello cui siamo abituati noi, frenetico, immediatamente visibile: ha tempi di trasformazione più lunghi. Questa costanza nel divenire purtroppo viene percepita come lentezza. Invece è una dinamicità caratterizzata dall’alternanza di momenti di accelerazione e altri di rallentamento, ma sempre in un quadro costante di mutamento».
La capacità di adeguarsi la scuola l’ha ampiamente dimostrata in più occasioni: pensiamo all’emergenza scolastica imposta dalla pandemia, dove la didattica a distanza è stata organizzata in tempi record – e gli insegnanti soffrono ancora oggi del mancato riconoscimento degli sforzi fatti allora -; al multiculturalismo, che ha imposto ai docenti di cambiare radicalmente attitudine di fronte a classi di studenti con background migratorio; per arrivare all’Intelligenza Artificiale, con cui non si può non fare i conti anche a scuola, dove la pressione è molto urgente.
8 insegnanti su 10 sono donne
Qual è dunque l’identikit dell’insegnante tipo della scuola italiana? «Il mondo dell’insegnamento è prevalentemente femminile», risponde il sociologo, «otto insegnanti su dieci sono donne. E l’età media è di 49,7 anni. Quindi potremmo dire che l’insegnante tipo è una donna sulla cinquantina, che ha sulle spalle carichi di cura familiare oltre agli impegni lavorativi. Ma c’è molto di più: è una cittadina impegnata, che si informa, legge libri, fa volontariato, tendenzialmente sopraffatta dal carico di lavoro e dal multitasking che comporta, costretta a gestire impegni su più fronti, segnati da tempi e logiche diversi, all’interno di un’organizzazione poco pensata per la collaborazione, in cui molte soluzioni sono lasciate all’iniziativa personale». Nonostante le mille difficoltà, questa donna però – lo dicono i dati dell’indagine – ama la sua professione, ne è soddisfatta, rifarebbe la sua scelta nel 90% dei casi, nonostante la retribuzione inadeguata e lo scarso prestigio sociale di cui gode il mestiere. «Parliamo quindi di una persona che dentro i significati del lavoro quotidiano trova gratificazione», prosegue Argentin, «a compensazione del mancato riconoscimento esterno. L’aspetto sorprendente è che, pur pensando che la considerazione non farà che peggiorare in futuro, ciò non si trasforma in rabbia o calo di impegno: si traduce nella consapevolezza di svolgere un lavoro dotato di senso, interessante, che merita di essere svolto al meglio, traendone i frutti all’interno della classe».
Perché si sceglie di fare l’insegnante?
Le leve motivazionali sono principalmente due: il desiderio di lavorare con i giovani e quello di trasmettere la propria disciplina. «Poi c’è anche un aspetto strumentale importante, strettamente legato alla debolezza nel mercato del lavoro», aggiunge l’esperto. «Ciò si riflette nel fatto che una quota non irrilevante di docenti proviene da esperienze diverse, anche lontane dall’insegnamento: erano educatori, universitari, amministrativi». Quella che potrebbe sembrare una scelta di ripiego in realtà non lo è: «La scuola negli ultimi decenni è completamente cambiata: oggi ha bisogno di competenze diverse perché diverse sono le esigenze. È una struttura capillare che arriva nel piccolo paese sulla Sila così come nel centro di Milano. Una macchina di questo tipo ha bisogno di competenze differenziate, quindi il fatto che molti siano giunti all’insegnamento dopo un aggiustamento di direzione è un arricchimento, non un impedimento. Hanno però bisogno di una struttura che li sostenga».
I punti critici: dalla formazione al precariato
L’indagine restituisce un’immagine della scuola caratterizzata ancora da criticità profonde: prima di tutto la formazione dei docenti. «È una questione affrontata seriamente solo negli ultimi 15 anni, per cui oggi abbiamo sì insegnanti più preparati rispetto al passato, ma siamo ancora in ritardo», spiega Gianluca Argentin. «Inoltre, l’abbinamento insegnanti-studenti resta un problema: i precari vengono spesso assegnati alle scuole più svantaggiate, facendo sì che gli studenti più bisognosi abbiamo docenti poco esperti». Terzo problema: gli insegnanti di sostegno. Nonostante gli sforzi fatti per stabilizzare questa figura professionale, e la formazione universitaria più mirata, quella del sostegno resta spesso una scelta di passaggio. «Essendo molto alta la domanda di questa figura professionale», chiarisce il sociologo, «è più facile che i docenti passino attraverso questa esperienza all’inizio della carriera, per accumulare punteggio e posizionarsi in una cattedra». Ciò non giova però agli studenti più fragili, che hanno bisogno di un supporto che garantisca non solo preparazione ma anche continuità nel tempo. Quarto, ma non ultimo: il precariato. «Ha una durata smisurata», dice l’esperto, «la nostra indagine evidenzia che in media un giovane insegnante in Italia impiega circa otto anni prima di stabilizzarsi. E sono anni – decisamente troppi - dove tutto è incerto: i criteri valutativi e di abilitazione, le tempistiche dei concorsi, le assegnazioni delle sedi di lavoro. Questo è un aspetto su cui c’è ancora molto da lavorare».
I punti di forza: dai tutor alla libertà d’azione
Le difficoltà non oscurano l’ottimismo: «Guardando al futuro resto fiducioso», dice Argentin, «prima di tutto sulla preparazione futura degli insegnanti. L’università ha iniziato a erogare una formazione iniziale sempre più in contatto con la scuola, grazie anche a un accompagnamento - attraverso dei tutor – che rende gli anni di prova dei veri percorsi di qualità. Se guardiamo all’età media dei nostri insegnanti, però, ci vorrà tempo prima di avere un ricambio pieno della classe docente: per questo, per non perdere tempo, è necessaria una collaborazione e una formazione interna alla scuola stessa». Ma quali sono i punti di forza della scuola italiana? Sembra paradossale, ma sono proprio le sue debolezze. «Essendo un’organizzazione poco strutturata dal punto di vista gerarchico», prosegue il sociologo, «la scuola italiana lascia spazio all’autonomia del singolo, dando la possibilità agli insegnanti di interpretare la loro professione ritagliandola sulle loro stesse preferenze, sui loro valori». Questa è una marcia in più, inserita in un contesto eterogeneo e multiculturale come quello attuale, ma al tempo stesso riflette una realtà che ha bisogno di essere supportata da un modello organizzativo migliore, proprio per evitare disparità eccessive tra scuole iperefficienti e altre malfunzionanti.
La violenza e lo stato di allerta
Perché allora la scuola è spesso aggredita da giudizi impietosi? Forse perché non la si guarda mai con gli occhi dell’insegnante, basandosi spesso sui fatti di cronaca, che la descrivono come un luogo poco sicuro, di violenza e prevaricazione. Il libro bianco dedica un intero capitolo alla questione: dal 2000 a oggi i livelli di violenza sperimentati dagli insegnanti sono pressoché stabili. Se però chiediamo ai docenti un commento sull’ultimo decennio, riferiscono che la violenza è aumentata tantissimo. Cosa significa? «Che non c’è corrispondenza tra l’allarme sociale generalizzato e la quantità reale di violenza esperita a scuola», risponde Gianluca Argentin. «Se pochi episodi estremi, seppur gravissimi, restano una notizia per giorni, l’allarme si diffonde e permane nel tempo, creando uno stato di allerta continuo in tutta la classe docente, anche in coloro che non hanno mai vissuto la violenza in prima persona. Questo fa sì che ci si concentri solo su questo aspetto, trascurando invece altre questioni strutturali importanti, che sono i veri problemi della nostra scuola».
Eterogenea, multiculturale, affollata, spesso disorganizzata. Ma anche gioiosa, appassionata, in continua evoluzione. La scuola italiana è tutto questo. L’indagine dell’Università di Milano-Bicocca scatta una fotografia evidenziando anche i bisogni di oggi: supportare i docenti dal punto di vista organizzativo, dando loro le risorse necessarie per continuare a essere portatori di cultura, formando gli adulti di domani. Perché ci siano sempre meno scrivanie senza insegnante, e sempre meno docenti senza cattedra.




