PHOTO
C'è una donna mongola che compra il pane in un supermercato di una città del nord della Cina. Esce. Entra in un ristorante. Cammina lungo un complesso residenziale. Ogni movimento produce una segnalazione, più volte al giorno, in un database che qualcuno, da qualche parte, può consultare senza che lei lo sappia mai. Non è un romanzo distopico. È quello che i giornalisti del New York Times hanno verificato riga per riga dentro una piattaforma cinese di sorveglianza scoperta all'inizio dell'anno da Marc Hofer, giornalista ed esperto di cybersicurezza noto come NetAskari.


Hofer l'ha trovata per caso, girando tra i siti governativi cinesi: le credenziali erano già precompilate, come una porta lasciata socchiusa. Si chiamava "Piattaforma di controllo dinamico per le persone straniere", pensata per la polizia di Zhangjiakou, città di oltre quattro milioni di abitanti che nel 2022 ospitò le Olimpiadi invernali. Dentro, oltre ai dati anagrafici, c'era tutto: le immagini delle telecamere di sicurezza, il riconoscimento facciale, le prenotazioni di hotel, di treni e di aerei, le visite ospedaliere, i consumi di carburante, i pagamenti fatti con certe applicazioni. Hofer ha cercato il proprio nome e l'ha trovato, insieme alla foto, al numero di passaporto, al numero di telefono. Poi ha condiviso i dati con altri cronisti: la britannica Sophia Yan del Telegraph ha scoperto centinaia di segnalazioni del proprio volto, raccolte ogni volta che passava davanti a una telecamera, e persino un grafico delle persone con cui aveva incrociato lo sguardo, il treno, la stanza d'albergo.


È solo una demo, dicono gli esperti: un prodotto dimostrativo con cui un'azienda privata di Pechino, la Origin Dynamic, mostrava alle stazioni di polizia locali cosa fosse in grado di costruire, prima che il committente decidesse di comprarlo davvero. Molti dati erano reali, altri parziali, di riempimento, come in un plastico architettonico che anticipa un edificio non ancora costruito. Ma è proprio questo il punto che ha inquietato i ricercatori: non l'esistenza del sistema, quanto la sua architettura olistica, la capacità di fondere in un solo sguardo fonti che altrove restano separate per legge. In Cina, dove le telecamere di sorveglianza sono stimate in settecento milioni, capillari fin nelle campagne, quel tipo di fusione dei dati è un mercato fiorente, con decine di aziende private che vendono alla polizia locale strumenti sempre più totali, in un catalogo quasi commerciale della sorveglianza. Nell'Unione Europea un sistema così avrebbe limiti legali molto più stringenti; il diritto europeo, per quanto imperfetto e pieno di eccezioni, protegge ancora, sulla carta, la persona dall'essere ridotta a un fascicolo consultabile da chiunque abbia una password.
I. Il precedente di un tecnico della NSA
Sarebbe comodo, e falso, pensare che la tentazione di vedere tutto appartenga soltanto ai regimi che non riconosciamo come nostri. Nel giugno del 2013 un tecnico ventinovenne della National Security Agency, Edward Snowden, consegnò ad alcuni giornalisti migliaia di documenti riservati che rivelarono al mondo l'esistenza di programmi di sorveglianza di massa condotti dagli Stati Uniti: intercettazioni di comunicazioni telefoniche e digitali di milioni di cittadini americani e stranieri, alleati compresi, attraverso la collaborazione, spesso silenziosa, dei grandi gruppi tecnologici della Silicon Valley.
Non era la Cina. Era la più “fulgida” democrazia del mondo occidentale, quella che si è sempre raccontata come custode della libertà individuale contro l'invadenza dello Stato.
Snowden pagò quella rivelazione con l'esilio, prima a Hong Kong poi a Mosca, e con l'accusa di spionaggio nel proprio paese, dove rischia ancora oggi decenni di carcere se dovesse tornare. Ma aprì una ferita che non si è più rimarginata: la linea che separa la sicurezza nazionale dalla sorveglianza indiscriminata, nelle democrazie, non è mai stata tracciata una volta per tutte. È una frontiera che si sposta, silenziosamente, ogni volta che la tecnologia lo permette e la paura collettiva lo consente. Il paradosso è che l'Occidente ha condannato la sorveglianza di massa proprio mentre la costruiva, con altri nomi e altre giustificazioni giuridiche.


II. Palantir, e la “fede” nei dati
Quella frontiera oggi ha un nome che ricorre spesso, anche fuori dagli Stati Uniti: Palantir, la società fondata nel 2003 da Peter Thiel con il sostegno iniziale della CIA. Come ho raccontato su queste pagine narrando il suo recente ritiro romano a porte chiuse, dedicato al tema dell'Anticristo, Thiel non è un tecnologo qualunque: è un uomo che intreccia teologia politica, capitalismo dei dati e una visione apocalittica del potere. E la sua azienda non è rimasta confinata ai teatri di guerra mediorientali dove era nata. È entrata nella sanità britannica, negli ospedali italiani come il Gemelli di Roma, e nel 2024 il ministero della Difesa guidato da Guido Crosetto ha avviato una procedura riservata per la licenza del software Gotham, mentre contratti precedenti con Teledife risalgono già al 2015, con gare nel 2018 e nel 2020. Il sistema Maven della NATO, che vincola per interoperabilità anche le forze armate italiane a una catena di comando algoritmica gestita da un'azienda privata americana, chiude il cerchio di un'intera architettura di difesa che passa da mani straniere.
La Corte costituzionale tedesca, nel 2023, ha dichiarato incostituzionale l'uso di Gotham da parte della polizia in Assia e ad Amburgo, per violazione del diritto all'autodeterminazione informativa: la stessa dignità della persona su cui, non a caso, si fonda il regolamento europeo sulla protezione dei dati. Ma le eccezioni per sicurezza nazionale e prevenzione dei reati restano una zona grigia enorme, in Europa come altrove, in cui prosperano proprio i sistemi che riassemblano frammenti di vita in profili integrali. La differenza tra Zhangjiakou e Roma, in questo, è meno netta di quanto vorremmo credere.
III. Il Golfo, l'India, e le dittature senza pudore
Negli Emirati Arabi Uniti la sorveglianza digitale ha un volto tecnologicamente sofisticato quanto discreto: software di intercettazione come Pegasus, sviluppato dall'israeliana NSO Group, è stato più volte associato dalle inchieste giornalistiche internazionali al monitoraggio di attivisti, giornalisti e dissidenti nel Golfo, mentre società come la controversa DarkMatter, fondata da ex funzionari dell'intelligence statunitense, hanno costruito per Abu Dhabi capacità di cyber-sorveglianza su scala industriale, rivolte anche contro cittadini americani. In India, la più grande democrazia del mondo per popolazione, il sistema di identità biometrica Aadhaar, che raccoglie impronte digitali e scansioni dell'iride di oltre un miliardo di persone, è stato più volte contestato davanti alla Corte suprema proprio perché rischia di trasformare uno strumento nato per l'inclusione sociale in un dispositivo di controllo capillare, soprattutto delle minoranze religiose e delle comunità più povere e meno tutelate.


Poi ci sono i regimi che non hanno più nemmeno bisogno di travestire la sorveglianza da servizio pubblico. In Russia il sistema SORM impone dagli anni Novanta ai fornitori di telecomunicazioni di garantire ai servizi di sicurezza un accesso diretto e permanente al traffico dei cittadini, un'infrastruttura che dall'inizio della guerra in Ucraina si è affinata nel tracciare dissidenti, giornalisti indipendenti ed emigrati anche fuori dai confini nazionali.
In Corea del Nord la logica si rovescia: non serve raccogliere dati su una popolazione connessa, perché quella popolazione, semplicemente, non è mai stata lasciata libera di connettersi. La sorveglianza più totale, lì, è l'assenza stessa della rete: il controllo non ha bisogno di algoritmi quando può contare sull'isolamento assoluto e sulla delazione organizzata come sistema sociale permanente, capillare, dalla scuola al condominio.


IV. Chi guarda, chi è guardato
Resta, alla fine di questo viaggio da Zhangjiakou a Mosca, da Roma agli Emirati, una domanda che nessuna delle tecnologie in campo può sciogliere da sola. La sorveglianza digitale non nasce buona o cattiva: nasce neutra, come ogni strumento, e diventa ciò che il potere che la impugna decide di farne.
Ciò che distingue oggi Pechino da Bruxelles, in linea di principio, non è la disponibilità della tecnologia, ormai identica ovunque e sempre più a buon mercato, ma l'esistenza di un argine: un giudice che può dichiarare incostituzionale un contratto, un parlamentare che può presentare un'interrogazione e attendersi una risposta, un giornalista che può, come ha fatto Hofer, trovare la porta socchiusa e raccontarla al mondo prima che qualcun altro la richiuda per sempre. È un argine fragile, eroso ogni giorno un poco di più dalla retorica della sicurezza e dall'urgenza delle crisi. Ma è, ancora, l'unica differenza reale tra un cittadino libero e un fascicolo che qualcuno, altrove, sta già compilando.















