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Le immagini che arrivano da Ceuta gli ricordano quelle che, 35 anni fa, ha visto in Puglia, sulle coste salentine, nel porto di Brindisi. Bruno Mitrugno, direttore storico della Caritas della città messapica, partecipa all’incontro dell’Azione cattolica “Orizzonti Mediterranei e, pensando ai migranti che in massa si sono riversati dal Marocco all’enclave spagnola racconta che «l’emozione è sempre la stessa, anche se sono passati tanti anni, se la situazione storica è diversa, se qui, dai video, sembra si tratti soprattutto di giovani, mentre allora arrivavano interi nuclei familiari, anziani, donne, bambini. Ricordo la loro disperazione».
A cosa pensa?
«Che anche se cambiano le motivazioni ci sono ancora persone che scappano dal loro Paese. In quel tempo il popolo albanese scappava da un regime comunista che l’opprimeva e non dava speranza, adesso i giovani marocchini cercano soluzioni di vita migliore. E allora come oggi tanti perdono la vita. Quello che più mi colpisce di questi avvenimenti è che si pensa di più all’esodo che alle persone che muoiono cercando spazi e sogni migliori».
Trentacinque anni fa il popolo pugliese fu molto accogliente. Ci sarebbe la stessa apertura oggi?
«Non lo so. Ogni tanto ci penso e poi mi dico che non bisogna mai dubitare della bontà del cuore. Io credo sempre nella bontà delle persone, quindi penso e voglio sperare che, se succedesse oggi anche questa volta la città aprirebbe le proprie porte ai profughi».
In qualche modo i pugliesi sfidarono lo Stato che non voleva far sbarcare i profughi.
«Certo, non voleva l’accoglienza perché voleva scoraggiare nuove partenze. Il Governo temeva che si creasse una sorta di tam tam e si imbarcassero tutti verso di noi. Lasciavano le persone in mare per tre o quattro giorni e poi i profughi furono sostenuti dal cuore dei brindisini, solo dopo intervenne più adeguatamente con la protezione civile, con l’esercito. Ma in prima battuta ci pensarono i brindisini, i baresi, i salentini».
Tutti ricordano lo sbarco, l’8 agosto del 1991, della Vlora a Bari, ma l’esodo era cominciato prima.
«In realtà gli sbarchi avvennero principalmente sulle coste del Salento, perché la distanza da Valona a Brindisi era inferiore rispetto a quella di Durazzo - Bari. L’8 agosto del ’91, la famosa Vlora, che era diretta nel porto di Brindisi, per difficoltà del mare fu dirottata dalla Capitaneria di Porto della nostra città a quella di Bari. L’esodo del popolo albanese viene associato a questo episodio e a questa nave stracarica di migranti. In realtà gli sbarchi erano cominciati anni prima, c’erano tanti perseguitati politici che scappavano a bordo di pescherecci e, ancora inzuppati, venivano portati nelle nostre Caritas per i primi aiuti. È un fenomeno che non si racchiude in una giornata, ma in un periodo storico fatto di tanti piccoli episodi di accoglienza».
Lei ne ricorda soprattutto uno?
«Sì, la mattina del 7 marzo, ero con mio figlio al porto di Brindisi e cominciarono ad arrivare nel porto tante navi, ricordo l’Illiria, la Kalimi, Apollonia. Prima sbarcarono in 4.000, poi 3.000, poi 1.000. In tre giorni i profughi arrivarono a 27mila. Oggi diremmo una invasione della città, ma i brindisini allora non la percepirono come tale, anzi aprirono il cuore a questa gente, a questi profughi, cominciarono a cucinare per loro».
Come fu gestita questa presenza?
«Sarebbero potute succedere tante cose. Consideriamo che 27mila persone sono un terzo degli abitanti della città. Il Governo temeva assalti ai negozi di generi alimentari, epidemie sanitarie. Niente di tutto questo. Nessun albanese fu arrestato, tutti furono accolti. E adesso, a distanza di anni, si sono integrati, qualcuno ha trovato lavoro fuori, con le rimesse degli emigranti, chi è rimasto in Albania si è rialzato in piedi, il popolo albanese si sta evolvendo, l’Albania è diventata meta turistica. Quello fu davvero un fatto epico e dovrebbe insegnarci qualcosa anche per l’oggi».





