L’Italia raggiunge un importante traguardo nella lotta contro l’abbandono scolastico. Secondo i dati EUROSTAT 2025, il tasso di dispersione scolastica “esplicita” è sceso all’8,2%, al di sotto della media europea del 9,1%. Un risultato significativo, ottenuto con cinque anni di anticipo rispetto all’obiettivo fissato dall’Unione Europea per il 2030. Sempre più giovani, dunque, riescono a completare il proprio percorso di studi e a conseguire un diploma. Un successo celebrato dal Ministero dell’Istruzione quasi come una vittoria ai Mondiali: obiettivo raggiunto con cinque anni d’anticipo rispetto ai parametri fissati dall’Unione Europea.

Dietro questo dato positivo, però, emerge una realtà più complessa.

Se diminuisce il numero degli studenti che lasciano la scuola prima del tempo, aumenta infatti quello di coloro che terminano gli studi senza aver acquisito competenze adeguate. È il fenomeno della cosiddetta “dispersione implicita”, rilevato dai test Invalsi: ragazzi che ottengono il diploma ma mostrano gravi lacune in italiano, matematica e comprensione del testo. Nel 2025 gli studenti in dispersione implicita sono arrivati all’8,7%, con punte superiori al 10% in regioni come Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. Un dato che conferma come la scuola italiana abbia saputo trattenere gli studenti, chiudendo però più di un occhio sulla loro preparazione.

Gli effetti della pandemia continuano a pesare. I bambini che hanno frequentato la scuola primaria o la scuola media durante il periodo della didattica a distanza mostrano ancora gravi carenze nell’acquisizione dei saperi di base. Le difficoltà sociali e le disuguaglianze economiche hanno inoltre ampliato i divari educativi, soprattutto tra gli studenti provenienti da contesti più fragili, in particolare laddove è presente un forte contesto migratorio e dove alcune scuole secondarie di primo grado delle periferie sono frequentate quasi esclusivamente da studenti stranieri. Tutti questi studenti arrivano poi alle scuole superiori, dove diventa difficile colmare i gap accumulati. Per consentire il raggiungimento degli obiettivi minimi, spesso i docenti o talvolta interi istituti , finiscono per abbassare il livello delle richieste formative.

Va inoltre ricordato l’aumento, talvolta non sempre giustificato, dei piani didattici personalizzati a seguito di certificazioni di difficoltà di apprendimento e una didattica personalizzata che risulta spesso difficile da attuare, soprattutto nelle classi numerose. Oltre ai risultati Invalsi, a lanciare l’allarme sono anche le università. Sempre più atenei denunciano un abbassamento delle competenze di base delle matricole: difficoltà nella scrittura, nella comprensione dei testi, nel ragionamento logico e nel calcolo matematico. In molti corsi aumentano gli studenti costretti a frequentare attività di recupero o a sostenere test iniziali con risultati insufficienti. Il rischio è che il diploma perda progressivamente valore formativo, trasformandosi in un titolo che certifica il completamento di un percorso più che l’effettiva preparazione acquisita. La scuola italiana sembra quindi trovarsi davanti a una nuova sfida: non solo portare gli studenti fino alla conclusione degli studi, ma garantire che quel traguardo corrisponda davvero a competenze reali e spendibili nel mondo universitario e lavorativo. Ridurre l’abbandono resta un successo importante. Ma il vero obiettivo, oggi, è evitare che il diritto allo studio si trasformi in un percorso privo di apprendimento reale.