PHOTO
La presentazione dei risultati del test Invalsi, avvenuta ieri, racconta e conferma una verità che da anni denuncio nei miei libri e nei miei profili social: gli apprendimenti scolastici sono in costante peggioramento. Da più parti si rileva che la digitalizzazione degli ambienti di apprendimento ha fatto pagare un caro prezzo agli studenti in tutte le nazioni del mondo. Così come il test Invalsi, anche i risultati dello studio PISA (Program for International Student Assessment) che si svolge con cadenza triennale in tutto il mondo, ha evidenziato nelle ultime rilevazioni, che al crescere del tempo speso dagli studenti interagendo con uno schermo digitale in orario scolastico, si riscontrava un peggioramento evidente del punteggio al test. Studi analoghi effettuati nel mondo portano a conclusioni univoche: ovvero più aumenta il tempo trascorso su uno schermo nel corso della giornata scolastica e peggiore è il risultato conseguito al test standardizzato dagli studenti afferenti a quel sistema scolastico.
Questo è quanto è emerso sia con lo studio TIMSS (che fornisce dati affidabili e aggiornati sull'andamento dei risultati degli studenti statunitensi in matematica e scienze, confrontandoli con quelli degli studenti di altri paesi.) che con lo studio PIRLS condotto ogni cinque anni, a partire dal 2001, dall'International Association for the Evaluation of Educational Achievement (IEA). In particolare lo studio PIRLSS del 2023, svolto su 150.000 bambini americani di 9 anni della scuola primaria ha mostrato che anche una minima quantità di tempo giornaliera spesa rimanendo connessi all’interno di una classe (si intende una durata non superiore alla mezz’ora) correla con una peggiore performance nei bambini della quarta classe nei compiti di lettura e comprensione del testo. Questa conclusione ha un’analogia anche con i risultati del test Invalsi presentati ieri, che evidenziano un calo mai visto nelle competenze scolastiche dei bambini della scuola primaria.
Le uniche aree che sembrano funzionare sono quelle relative alle conoscenze dell’inglese e alla competenze digitali. Rispetto a queste ultime, Invalsi registra progressi in tutti i cicli di istruzione con il raggiungimento del livello avanzato da ampie fasce di studenti, soprattutto i più grandi. Ora questo ultimo dato ci deve spingere a fare una riflessione critica. Negli ultimi anni, i fautori della scuola digitale hanno sempre imputato il crollo degli apprendimenti contemporaneo al fatto che tali apprendimenti avrebbero dovuto migliorare proprio grazie alla scuola digitale, ma tale miglioramento non si verificava per la mancanza di competenze digitali da parte degli studenti stessi. La conseguenza? Sempre più offerta di digitale in classe e di formazione all’uso del digitale ai docenti.
Oggi, i risultati del test Invalsi sembrano raccontarci un’altra verità: le competenze digitali ci sono tutte, in tutti gli ordini di scuola, ma non servono a produrre gli apprendimenti per cui vengono invocate continuamente dai fautori della scuola digitale. È ora di produrre un nuovo pensiero: la scuola oggi ha bisogno di meno digitale. C’è bisogno di rinforzare l’apprendimento in analogico. Lo slogan “Impara digitale” è un mantra che dobbiamo imparare a dismettere. I dati Invalsi lo raccontano in modo evidente. Non mi stancherò mai di far notare come negli ultimissimi anni, le nazioni del Nord Europa abbiano fatto una totale inversione di marcia, in questo senso. Proprio loro che avevano spinto al massimo la scuola digitale, oggi promuovono ambienti di apprendimento decontaminati dalla presenza del digitale, favorendo la de-tablettizzazione in tutti i gradi scolastici e la reintroduzione dei libri cartacei e del metodo carta –matita. Sia chiaro: questa non è vagheggiare una scuola vintage, ovvero la scuola com’era.
Questo è offrire a chi cresce ambienti di apprendimento che rispondono ai bisogni associati a un corretto neurosviluppo e funzionali al cablaggio di reti neurononali nel cervello in età evolutiva, supportive delle funzioni di apprendimento, oggi evidentemente deficitarie e depotenziate da un ambiente digitale che ha offerto stimolazione e non ha favorito compiti quali la concentrazione, l’attenzione e la memorizzazione di importanza cruciale per generare apprendimenti di qualità. Come specialista della mente in età evolutiva, auspico che la lettura dei risultati del test Invalsi rappresenti un ulteriore stimolo per spingere, nella nostra nazione, alla promozione di interventi in ambito scolastico, davvero funzionali ai bisogni di apprendimento e sviluppo dei nostri studenti e studentesse. Forse l’enorme spinta che si sta dando anche all’introduzione dell’intelligenza scolastica nei contesti di apprendimento, anche alla luce di queste evidenze oggettive, dovrebbe essere completamente ripensata.







