Singapore ha proposto che i bulli di sesso maschile, laddove necessario, possano anche essere sanzionati con punizioni corporali. Il ministro dell’Istruzione di Singapore ha proposto nuove linee guida per le scuole di cui è referente e ha introdotto un codice molte preciso che stabilisce quanto, quanto e come punire corporalmente i bulli resistenti ad altre tipologie di richiami e interventi correttivi e riparativi. Ciò che fa notizia in Italia, però, non è tanto la decisione presa a Singapore, quanto la reazione degli studenti italiani alla notizia. Skuola.net, infatti, ha lanciato un sondaggio attraverso il proprio canale social chiedendo ai ragazzi e alle ragazze italiane il loro parere in proposito. Sorpresa delle sorprese: circa la metà dei giovani partecipanti italiani si dichiara d’accordo con la presa di posizione del ministro singaporeno.

Va premesso che un sondaggio online rischia di non essere rappresentativo della reale posizione della popolazione a cui si riferisce, perché ad esso potrebbero rispondere soprattutto i soggetti sensibilizzati sul tema, che magari essendo vittime di bullismo e trovandosi non protetti nel loro ambiente di vita, possono più facilmente aderire ad una logica che risponde al principio “a mali estremi, estremi rimedi”. Resta il dato di fatto che, stando al sondaggio in questione, gli adolescenti sembrerebbero non rivelarsi refrattari a punizioni dure, tanto da includere anche i metodi corporali. In molti, infatti, sembrano convinti che l’attuale approccio che cerca di comprendere, coinvolgere, correggere con metodi pedagogicamente ed empaticamente sintonizzati con la fragilità del bullo, non fornisce i frutti sperati. Il bullismo viene vissuto come un fenomeno che lascia impotenti e in balia le vittime e che, da parte degli studenti, richiede prese di posizioni radicali, forti e impositive da parte del mondo adulto.

Altrimenti rischia di non risolversi mai, continuando a rimanere un problema “aperto” nelle scuole in cui si verifica. Molto probabilmente, questa posizione è anche avvallata dal fatto che la prevenzione del bullismo nelle scuole italiane tuttora stenta a vedere l’applicazione di protocolli concretamente orientati al riconoscimento precoce e alla corretta gestione del fenomeno in ambito scolastico. Così sembra che il bullo, quando agisce, ottenga licenza di continuare ad agire, rimanendo impunito, secondo quanto riportato dai ragazzi. La mitizzazione della “punizione radicale e ideale” che prevede una giustizia basata su interventi radicali tanto da essere pure applicata sul fronte della punizione corporale, sembra allinearsi ad una tendenza presente nel mondo adulto, in cui – a fronte di una debolezza della giustizia ordinaria a riconoscere e punire gli autori di reato – va diffondendosi l’idea che “vale tutto”, anche una “giustizia fai da te” in cui il singolo cittadino punisce l’autore di reato senza attendere e al di fuori dell’intervento giuridico.

C’è un 50% circa di rispondenti che nel sondaggio di Skuola.net afferma, però, che non è con la violenza che si fa giustizia a seguito di atti violenti. È su questo principio che naturalmente, l’educazione e la prevenzione deve continuare a giocare la sua partita contro il bullismo. Partita resa ancora più difficile dal fatto che oggi i bulli non agiscono solo nel mondo reale, ma anche in quello digitale dove la prepotenza e la violenza verbale rischiano di rimanere ancora più facilmente impunite e non perseguite, anche grazie alla difficolto di identificare e sanzionarne gli autori.