Per decenni i Lego hanno rappresentato uno degli ultimi grandi spazi di gioco in presenza: mani che si muovono, corpi vicini, oggetti da condividere, mondi che prendono forma nello stesso luogo e nello stesso tempo. L’annuncio di una loro progressiva trasposizione in ambiente virtuale tridimensionale interroga oggi educatori, genitori e pedagogisti. Cosa si guadagna e cosa si rischia quando anche il gioco di costruzione diventa mediato dallo schermo?
Dal punto di vista educativo il cambiamento è profondo. «Cambia moltissimo», osserva Francesca Antonacci, pedagogista del gioco all’Università di Milano Bicocca. «Esistono, però, elementi che resistono anche nella mediazione digitale, e vanno riconosciuti».

Il primo riguarda la dimensione simbolica: la capacità di immaginare, di creare scenari, di progettare mondi possibili. «È una competenza che sostiene l’innovazione nell’età adulta. Filosofia, scienza, tecnica nascono anche da questa facoltà, che si coltiva da bambini attraverso il gioco».
Non a caso esistono esperienze nate direttamente nel digitale, come Minecraft, basate sulla costruzione condivisa e sulla collaborazione in rete. «Non ha senso demonizzare il gioco virtuale», precisa Antonacci. «Può offrire occasioni di progettazione e relazione». Il nodo, tuttavia, non è stabilire se il digitale sia legittimo, ma comprendere cosa viene trasformato quando viene meno la dimensione corporea.

Nel gioco con i mattoncini fisici, il corpo non è accessorio. «I bambini hanno bisogno di una relazione continua tra occhi, mani e cervello», spiega. «Manipolare, smontare, percepire la consistenza degli oggetti è un’esperienza cognitiva, non solo motoria». La conoscenza passa attraverso il contatto con la materia, attraverso la resistenza delle cose, l’errore, la correzione.
A questo si aggiunge una trasformazione già in atto nel mondo delle costruzioni. «Nel tempo i Lego sono diventati sempre più vincolati a un design prestabilito», osserva Antonacci. «Dalla scatola di pezzi aperta a ogni possibilità si è passati a kit che permettono di realizzare un solo oggetto». In questo modo si restringe lo spazio simbolico del bambino. «La costruzione libera alimenta l’idea che il mondo possa essere trasformato. Se posso costruire solo ciò che è già deciso, il gioco perde la sua forza generativa».
Il gioco in presenza custodisce inoltre una dimensione relazionale difficilmente sostituibile. «Con i mattoncini reali si costruisce insieme: ci si passa i pezzi, si discute, si condivide lo spazio», dice Antonacci. «Nel digitale esistono forme di socialità, ma viene meno la negoziazione concreta dei tempi e dei luoghi». In presenza si impara anche a tollerare la frustrazione, ad accettare il rifiuto, ad aspettare. Esperienze essenziali per la crescita emotiva.

Francesca Antonacci, ordinaria di Pedagogia del Gioco in Bicocca a Milano

Il digitale può avere, in alcuni casi, una funzione inclusiva. «Per bambini con disabilità o con minore accesso agli spazi di gioco reale può rappresentare un’opportunità», riconosce la pedagogista. «Ma il problema nasce quando lo spostamento verso il virtuale diventa generalizzato». Un passaggio di massa avverte, modifica le competenze: riduce il tempo lento, il confronto con la materialità, l’apprendimento della convivenza.

Per molti adulti i Lego erano un argine all’isolamento digitale. Educare oggi al gioco condiviso resta possibile, ma richiede scelte intenzionali. «È più semplice lasciare un bambino davanti a uno schermo che accompagnarlo al parco», osserva Antonacci. «Ma ciò che si risparmia nell’infanzia si paga più avanti. Nel gioco reale si cade, ci si rialza, si cerca una soluzione. È lì che si costruisce l’intelligenza sociale».
La riflessione richiama il pensiero dello psicoanalista Donald Winnicott, per il quale il gioco è lo spazio originario dell’esperienza umana: il luogo in cui il bambino incontra il mondo e gli altri senza esserne travolto. Non una prestazione, ma una relazione. «Il gioco», conclude Antonacci, «non serve solo a diventare più competenti. Serve a vivere insieme agli altri, a confrontarsi con la realtà, a costruire legami. È una condizione fondamentale per una vita sociale equilibrata». In un tempo che tende a smaterializzare l’esperienza, il gioco resta così una soglia educativa decisiva: il luogo in cui il bambino impara non solo a costruire oggetti, ma a costruire se stesso nel mondo.