La parola più evocata è silenzio. Da saper fare anzitutto – abilità per nulla scontata – e da custodire, soprattutto durante la notte.

Al termine dello scalone di pietra mi accolgono una statua di San Benedetto e la croce a due braccia piantata sulle tre colline che simboleggiano sia la Trinità che i voti religiosi, il tutto dominato dalle tre lettere di PAX. È la pace del cuore, quella che riconcilia con sé stessi e con gli altri e che – assicura Benedetto – raggiungerà chiunque sperimenti quanto propone la sua Regola che dettò nell’anno 534 e che tra queste mura è ciò che regola la vita di sessantacinque monache di clausura – la più anziana ha 85 anni, la più giovane 27 – sotto la guida della madre abbadessa, Maria Grazia Girolimetto, che nel 2018 ha preso il testimone da Anna Maria Cànopi, la quale nel 1973, insieme a sei sorelle, arrivò sull’Isola di San Giulio, sul lago d’Orta, quando non c’era acqua potabile, corrente elettrica e riscaldamento e sulle rovine dell’antico seminario vescovile della diocesi di Novara fondò l’abbazia Mater Ecclesiae che mi ospiterà per 24 ore.

Fabrizio Annibali
Fabrizio Annibali
L'isola di San Giulio, dove svetta il complesso dell'Abbazia, vista dal Lago d'Orta

Dalla camera della foresteria, che si regge sulle offerte libere degli ospiti, si vede il pittoresco borgo di Orta pieno di turisti, soprattutto stranieri, il viavai dei mini traghetti che fanno la spola con l’Isola e, alzando lo sguardo, la cima imbiancata del Mottarone.

All’interno, il letto con una coperta finemente ricamata, un tavolo con una lampada, il Salterio (il libro dei Salmi) e il Messalino da utilizzare per la preghiera individuale. Prima di entrare in camera, la suora in portineria mi ha consegnato, oltre alle chiavi, un foglietto con gli orari da rispettare per entrare nella vita della comunità. Lo sguardo cade subito sul Mattutino che si celebra alle 4.50. Questo vuol dire che dovrò puntare la sveglia alle 4.20, come le monache.

In primo piano suor Maria Bianca, 27 anni, una delle novizie, riconoscibile dal velo bianco, e la madre abbadessa Maria Grazia Girolimetto, 62
In primo piano suor Maria Bianca, 27 anni, una delle novizie, riconoscibile dal velo bianco, e la madre abbadessa Maria Grazia Girolimetto, 62
In primo piano suor Maria Bianca, 27 anni, una delle novizie, riconoscibile dal velo bianco, e la madre abbadessa Maria Grazia Girolimetto, 62

La cappella si trova al secondo piano. Il mio posto è indicato da un cartiglio con il nome scritto a mano. Insieme a me, oltre a quelli di passaggio in giornata, ci sono altre quattro ospiti tra cui una ragazza di 32 anni in discernimento che arriva dal Veneto e un ingegnere di Spalato che è tornata dopo aver trascorso tre anni di formazione, interrotta a causa di motivi familiari.

A separare il coro, dove siedono le monache in ordine di anzianità, c’è una grata di legno, assai meno pesante e invasiva di quanto pensassi. «Indica solo lo spazio sacro delle consacrate al Signore. Il mondo esterno, e il cuore degli uomini, ha ben altre grate e muri che dividono», mi dice madre Girolimetto con un sorriso. È qui da trentasei anni. Al collo ha una croce pettorale d’argento che ogni tanto, mentre parliamo, sfiora con delicatezza. Le chiedo se la scelta della clausura non sia, in realtà, una fuga dal mondo e dalle sue fatiche: «Al contrario», risponde lei, «noi non abbiamo scelto di fuggire ma di restare, di essere un presidio, un luogo da cui guardare l’umanità con lo sguardo di Dio. Il monastero è come un osservatorio privilegiato da cui possiamo cogliere la fatica, l’inquietudine e la sofferenza del mondo, assumendole nella preghiera e nella compassione. Non siamo fuori dal mondo, ma nel suo cuore. La nostra è una vita di intercessione, un ponte tra il cielo e la terra».

Il suono della campana invita le monache a radunarsi per l’Ora Sesta, alle 12.30, prima del pranzo che viene servito nel refettorio riservato a noi ospiti. Dall’interfono arriva la voce di una sorella che legge brani scelti della Scrittura e riflessioni sulla spiritualità monastica. A tavola il cibo è semplice, gustoso e abbondante. Per chi lo desidera, c’è anche una bottiglia di vino.

Fabrizio Annibali
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Gli ospiti e i pellegrini durante il pranzo nel refettorio loro riservato

Chiedo alla madre abbadessa le difficoltà nel governare una comunità così numerosa: «Vivere insieme è una scuola continua: bisogna superare il proprio orgoglio, aprirsi al perdono e all’accoglienza. La vita in comune richiede di far morire una parte di sé per fare spazio all’altro. Ma questo vale in ogni relazione umana, anche sul lavoro, in coppia e in famiglia».

Oggi le vocazioni arrivano spesso da donne adulte, con esperienze sentimentali, di studio e di lavoro alle spalle. Qui la maggior parte delle monache è laureata: ci sono insegnanti, manager, avvocati, architetti, medici e infermiere. L'età media è attorno ai 36 anni. Attualmente il periodo di formazione prima di prendere i voti definitivi dura nove anni mentre in passato era più breve: «La fedeltà fa paura, è giusto che ci sia un tempo di discernimento più lungo», dice madre Girolimetto, «la perseveranza è una grazia che si impara nel tempo».

Fabrizio Annibali
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Suor Maria Maura, 62 anni, responsabile del laboratorio di iconografia

Suor Maria Maura, 62 anni, qui da 39, di Biella, è la responsabile del laboratorio di iconografia: «Prima di entrare in monastero avevo perso la fede», racconta, «essere giovani negli anni Settanta significava impegnarsi in politica e contestare tutto. Lo facevo anch'io. Avevo tanti amici anarchici e simpatizzanti delle Brigate Rosse. Ad un certo punto mi chiesi che se c’era Dio tutto, anche le contestazioni, aveva un senso. Se non c’era, non aveva senso niente. Quando sono arrivata qui avevo 19 anni ed ero scettica: “Vediamo se Dio c’è o se queste monache fanno finta”. Mi sbagliavo. La presenza di Dio si tagliava con il coltello. E in questa comunità ho trovato la mia casa».

Tutte le sorelle indossano il velo nero, nove lo hanno bianco. Sono le novizie, che non hanno ancora professato i voti definitivi. Al momento della vestizione, ognuna di loro riceve, su una pietra, un nome nuovo, scelto in segreto dalla madre abbadessa in preghiera e sotto la guida dello Spirito Santo, come ricorda l’Apocalisse: «E gli darò una pietruzza bianca, e sulla pietruzza sta scritto un nuovo nome che nessuno conosce, se non colui che lo riceve». Alla novizia vengono poi tagliati i capelli: «È il segno del distacco dal vecchio sé», spiega la madre abbadessa, «i capelli vengono offerti a Dio e coperti dal velo, segno di custodia e di consacrazione».

Fabrizio Annibali
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Due monache al lavoro su un arazzo nel laboratorio di restauro di tessuti antichi

Suor Maria Bianca è una delle ultime arrivate, è entrata due anni fa a 25 anni, dopo la laurea in Scienze della formazione primaria e un lavoro da insegnante a Reggio Emilia: «La prima volta che sono venuta qui sono letteralmente scappata e per tre anni non mi sono più fatta vedere e sentire», mi racconta, «ma proprio in quei tre anni ho capito che la mia strada era questa. Non si tratta di rinunciare a qualcosa ma di scegliere. Come accade in una relazione in cui non dici “Rinuncio a tutti gli altri” ma “Scelgo te”». Le chiedo cos’ha da dire al cuore di una ventenne di oggi una Regola che si perde nella notte dei tempi: «Il cuore dell'uomo non cambia: le paure, i limiti, le fragilità restano quelli di sempre. La Regola benedettina insegna come vivere tutto questo con saggezza e disciplina e, soprattutto, alla luce della preghiera».

Nel monastero non c’è Tv né radio, nessuna può avere il cellulare. L’accesso a Internet è limitato alle cose essenziali, come per esempio gestire le richieste di ospitalità dei pellegrini e le richieste, numerosissime, di preghiera. «Anche se a maggio», racconta madre Girolimetto, «ci siamo collegate per conoscere il nuovo Papa dopo l’elezione in Conclave». I giornali, Avvenire e L’Osservatore Romano, arrivano per posta. Di sera, dopo la cena, una monaca prende l’impegno di informare le altre sorelle sui fatti del giorno sui quali concentrare le proprie preghiere.

Oltre al laboratorio di iconografia, c’è quello di ricamo, di tessitura e quello di restauro di tessuti antichi, aperto nel 1984, lo stesso anno di nascita dell’attuale responsabile, suor Maria Aurora, che è entrata qui nel 2009, a 25 anni. «Questo laboratorio è anche una metafora del nostro cammino spirituale», spiega, «il Signore ci restaura come questi tessuti che ci vengono affidati. Non butta via nulla di noi ma, nel tempo, consolida e rimette a posto ogni cosa».

Le monache prendono posto nel coro per la Compieta, ultima preghiera della giornata
Le monache prendono posto nel coro per la Compieta, ultima preghiera della giornata
Le monache prendono posto nel coro per la Compieta, l'ultima preghiera della giornata

Dopo i Vespri, si prega il Rosario per la pace, come ha chiesto di fare Leone XIV. L’ultima preghiera della giornata, alle 20.45, è Compieta e il silenzio della sera – quasi amplificato su quest’isola dove c’è un’unica strada e nessuna auto e motorino – è squarciato solo dal suono della campana che chiama a raccolta le monache.

C’è un antico detto che dice che «i benedettini servono il Signore da signori». Una signorilità che permea non solo l’ospitalità ma anche la preghiera, dove non si misura il tempo, lo splendore, il canto, la cura per i dettagli: nulla è più importante dell’opus Dei, di quell’opera di Dio che è, appunto, una preghiera capace di affacciarsi sul Mistero e offrire una sorta di anticipo del paradiso in terra.

Il mio tempo in clausura è finito. È tempo di tornare a Milano. Ho tenuto spento il cellulare per tutto il tempo. La madre abbadessa mi congeda con un sorriso: «Accade spesso che chi viene a trovarci mi dica: “Credevamo foste recluse ma siete più libere di noi”».

Forse, penso mentre il traghetto mi riporta verso Orta e l’abbazia sfuma nella bruma autunnale, è proprio quella luce, rara e preziosa, che ho visto negli occhi delle monache che ristora chi bussa qui con il cuore in tumulto, in ricerca o perché esausto del pesante fardello della vita.

Queste donne incarnano una vocazione per pochi, certo, ma che ha molto da dire, e insegnare, a noi che del distico monastico abbiamo conservato, semmai, solo il labora, dimenticando del tutto l’ora.