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Roberta Russo, 62 anni, a Rapa Nui (il nome indigeno dell’Isola di Pasqua)


Siamo esseri umani perché camminiamo. Potremmo parafrasare così la celebre espressione del filosofo Cartesio.
Il cammino è un elemento costante della storia dell’uomo, dal viaggio in cerca di cibo e riparo, fino al percorso del fedele che anela a un contatto con il divino.
«Ogni popolo ha camminato e, facendolo, ha accresciuto e migliorato sé stesso», spiega Roberta Russo, di professione editor e traduttrice, studiosa di storia sacra e misticismo e autrice del libro Camminare. Per fare ordine nella propria vita. E in che stagione è meglio camminare, se non in estate?
«Un passo dopo l’altro», scrive Roberta, «il movimento diventa ascolto, la fatica diventa chiarezza, la lentezza diventa forza. Camminare non è solo muovere i piedi. È alleggerirsi, riordinare pensieri, ritrovare serenità».
Cambiare prospettiva
«Sono 20 anni che cammino», afferma l’autrice, 62 anni, torinese. «Ho una vita piena, un lavoro che mi appassiona, ma talvolta stressante… Vent’anni fa lavoravo per un grande gruppo editoriale e, alla rincorsa affannosa di scadenze, performance, risultati, mi sentivo esaurita fisicamente e mentalmente. In quel periodo, leggevo un libro meraviglioso di Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, e ricordo che sul retrocopertina di quel libro si vedeva l’autore di spalle, seduto, in contemplazione del Grande Himalaya. Mi sono detta: “Voglio andare lì!” e così, senza alcuna preparazione, ho cercato un trekking e sono partita».
Una decisione così radicale ha, certamente, non poche ripercussioni: «All’inizio, ho avuto tutte le difficoltà del principiante: mal di montagna, fatica per i 30 chilometri percorsi al giorno, vesciche ai piedi. Ma poi, piano piano, mi sono accorta che il corpo mi rispondeva. A contatto con una natura grandiosa, mi sono sentita piccola, e poi riconnessa con me stessa, con la mia interiorità e, forse, anche con Dio».
Perché camminare fa bene al corpo, ma anche alla mente e allo spirito. Lo dicono gli studi scientifici: mettere un passo dopo l’altro per raggiungere una meta serve per fare ordine nella matassa ingarbugliata dei nostri pensieri, per prendere decisioni ponderate con calma e fiducia.
Nel ritmo spesso caotico delle nostre giornate, il disequilibrio è la condizione che più comunemente sperimentiamo. «Viviamo divisi tra impegni, aspettative e una continua “fame” che non è soltanto materiale, ma anche emotiva e spirituale», aggiunge Russo. Camminare diventa così una pratica per ricomporre ciò che appare frammentato. Un respiro dopo l’altro, tutte le dimensioni della persona entrano in gioco, avviando una trasformazione silenziosa, ma profonda.
La via della lentezza
«L’arte di camminare», argomenta Russo, «ci mette in contatto con il ritmo lento della terra e del cuore», restituendoci presenza e lucidità. È nel passo regolare che si placa il turbinio dei pensieri, che si fa spazio dentro di noi, che il tempo torna ad avere una dimensione più umana.
C’è poi un elemento spesso dimenticato: la fatica. Evitata, nascosta, ridotta al minimo, diventa invece una maestra. «Camminare insegna a perseverare, a non arrendersi, e ciò che costa fatica porta anche soddisfazione e gioia di vivere». La fatica, la disciplina, la costanza educano lo spirito. Non per mortificare il corpo, ma per integrarlo in un percorso di crescita. La fatica diventa così una via di trasformazione».
Camminando, soprattutto nella lentezza e nella solitudine, si apre uno spazio di silenzio. Ed è in questo spazio che si rende possibile l’ascolto interiore. E, forse, può accadere anche qualcosa di più. «Sulla strada si ritrova la luce, talvolta la fede». Prima ancora di una fede religiosa, è una fiducia nuova nella vita, negli altri e in sé stessi. Un dono che nasce lentamente, seguendo il ritmo discreto dei nostri passi. «Quando cammino sento la presenza di Dio, ma ritrovo anche la parte migliore di me».
Anima e mente
Il cammino spirituale è da sempre stato, più che un impegno fisico, un percorso dell’anima e della mente. Un tempo erano cammini religiosi, oggi possono diventare percorsi diversi. Ecco allora che camminare può diventare una forma di preghiera, una “meditazione in movimento”.
«Viviamo in un mondo in cui riconnettersi con Dio diventa più facile se ripartiamo dal corpo» riflette Russo. «Le migliori decisioni della mia vita le ho prese camminando. Non occorre salire sulle vette himalayane, si può camminare anche in città, al mare o in campagna. A me piace camminare lungo il Po, nel parco del Valentino, almeno mezz’ora al giorno. Camminare ti consente di vedere con un certo distacco la tua realtà, ti aiuta ad acquisire una visione diversa della vita, il senso vero. Ho imparato a ritagliarmi spazi e mettere paletti, non si può vivere di solo lavoro».
Dopo il trekking sull’Himalaya, Roberta Russo non si è più fermata, sono seguiti altri trekking in giro per il mondo: «Camminando viene fuori la grande domanda sul senso e sui nostri reali bisogni. Ti guarisce dall’ansia. Lo auguro anche a chi comincia da principiante. È un’esperienza che va provata. Ci regala la possibilità di rimettere insieme i pezzi della nostra vita in modo ordinato. Per ritrovare la strada, occorre mettersi in cammino».






