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Incappucciati durante la tradizionale processione del Venerdì Santo, Chieti.
Quando il sole scivola dietro i tetti del centro storico e la cattedrale di San Giustino è avvolta dalla penombra, Chieti – in Abruzzo – si prepara al suo rito più antico e sacro. Il Venerdì Santo non è semplicemente un giorno del calendario liturgico, quello in cui la Chiesa ricorda e piange la morte in croce di Cristo: è un tempo sospeso, che abbraccia secoli di memoria collettiva. La città sembra trattenere il fiato, mentre l’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, fondata nel 1603, detta i tempi di un rito rimasto pressoché immutato nei secoli. Dalle navate della cattedrale, sotto la luce tremolante dei tripodi in ferro battuto, il corteo si muove come un’onda lenta e scende per i vicoli stretti della città.
La commozione si fa preghiera
Secondo alcune leggende, la processione di Chieti risalirebbe all’842 d.C. e sarebbe la più antica d’Italia, ma la sua conformazione attuale è del XVII secolo, quando nacque l’Arciconfraternita che ne cura l’allestimento. Da più di mille anni, questa processione attraversa la città, trasformando Chieti in un luogo in cui storia e fede si intrecciano in modo inscindibile.


Gli incappucciati delle varie confraternite percorrono le strade in un silenzio solenne, interrotto solo dal fruscio dei loro passi e da qualche preghiera mormorata tra la folla. Poi, all’improvviso, il silenzio si apre. È il coro. È il Miserere. Il capolavoro composto intorno al 1730 dal teatino Saverio Selecchy, tratto dal Salmo 50, è una supplica straziante. L’orchestra e il coro dell’Arciconfraternita innalzano quelle note gravi e struggenti che nascono nel cuore di ogni persona che supplica il perdono per i propri peccati: Miserere, abbi pietà.
I sette trofei
Il corteo procede, tra gli stretti vicoli della città. Davanti a tutti avanzano i trofei della Passione, pesantissimi, portati a spalle per le salite del centro storico: l’angelo, la lancia, la colonna con il gallo, il sasso, il volto santo (una copia dell’immagine originale conservata a Manoppello), la scala e la croce. Una sequenza di simboli sacri che custodisce l’intero racconto del dolore di Cristo. Sono sette, forgiati nel 1855, e da allora camminano ogni anno tra le vie di Chieti. A ogni passo, la luce delle fiaccole che trema nei tripodi, allestiti per l’occasione, disegna ombre lunghe sui palazzi. Gli sguardi di tutti sono rivolti verso le statue del Cristo Morto e della Vergine Addolorata, introdotta nel corteo nel 1833 e oggi parte inscindibile della rappresentazione sacra.
Alla moglie del governatore dell’Arciconfraternita e a quelle dei suoi predecessori è riservato, nella mattina del Mercoledì Santo, il compito di “vestire” la statua della Madonna Addolorata che è conservata, con gli “abiti di casa”, nell’armadio ligneo settecentesco della sagrestia dell’oratorio dell’Arciconfraternita. Chi la guarda ha spesso l’impressione che non passi, ma scivoli. Avanza lenta, nel suo abito di pesante seta e velluto, tutto nero, con alcuni ricami d’oro. Il volto, sfigurato dal più grande dolore umano, ha quella compostezza che non è rassegnazione, ma fede. Le mani, appena protese, paiono sfiorare lo spazio che la separano dalla statua del Figlio, quasi a rincorrerlo. Quando l’Addolorata passa, non vola una parola: solo il lamento solenne del Miserere accompagna il suo avanzare. Segue il Figlio, uno degli elementi più antichi e simbolici della processione teatina. Le fonti raccontano che già nel 1650 l’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti portava in processione un cataletto coperto di velluto damascato e fili d’oro, sul quale era deposta proprio la statua del Cristo morto. È un’opera settecentesca in legno policromo, ed è rappresentato con grande realismo, carnagione pallida, con i segni delle ferite e un senso di compostezza tragica, elementi tipici dell’arte sacra napoletana del periodo. Dietro di lui, il coro: oltre 150 cantori (suddivisi in tenori I, tenori II e bassi) e circa 160 musicisti, in prevalenza violini e flauti, che danno voce e note a un dolore antico.


Un raccoglimento silenzioso
Eppure, ciò che colpisce davvero non è solo la solennità del rito, ma la comunione silenziosa tra la città e il suo passato. Quando il coro del Miserere esplode di nuovo, davanti alla scalinata di San Giustino per il rientro della processione, la piazza della cattedrale trasuda di commozione. Il corteo continua lento, fino a tornare dove era iniziato. Anche il capitolo metropolitano partecipa all’evento: il vescovo e i canonici della cattedrale in mozzetta rossa, con i sacerdoti, i seminaristi e le altre autorità civili e religiose. Quando l’ultimo passo si spegne nella notte, Chieti rimane sospesa. Ma chi ha ascoltato il Miserere, chi ha visto i trofei della Passione muoversi tra le vie, chi ha seguito gli incappucciati dell’Arciconfraternita, porta con sé un frammento di quella emozione, un filo che lega presente e passato. Perché a Chieti, il Venerdì Santo non è un ricordo: è una voce che ritorna, una promessa che si rinnova, un cammino che non smette mai di parlare.
In collaborazione con Credere
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