È diventato un caso internazionale, per le implicazioni politiche, diplomatiche e religiose, l’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro negato dalle autorità israeliane al cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e al Custode di Terra santa, fra Francesco Ielpo, durante la Domenica delle Palme.

Con la guerra in corso, la Città Vecchia di Gerusalemme è sempre più vulnerabile a eventi che potrebbero danneggiare i suoi siti religiosi e storici, preziosi per i fedeli delle tre grandi religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo e islam). Chiese e comunità di tutto il mondo hanno chiesto la fine immediata della guerra e invitano a risolvere le controversie attraverso il dialogo. Con il protrarsi del conflitto, la protezione di questi luoghi diventa sempre più fragile: il 16 marzo, ad esempio, una scheggia di missile è caduta sul tetto della Basilica del Santo Sepolcro.

I siti religiosi della città restano chiusi a causa della guerra, ma secondo lo Status Quo la chiusura del Santo Sepolcro e della Moschea di Al-Aqsa/Haram Al-Sharief è di competenza delle autorità religiose, non della polizia né delle agenzie amministrative cittadine, che non hanno mandato per intervenire. Il Patriarca Teofilo di Gerusalemme e i capi delle altre chiese della città hanno convocato nei giorni scorsi una riunione di emergenza, esortando le autorità israeliane a riaprire completamente il Santo Sepolcro in vista della Settimana Santa e delle celebrazioni pasquali. A tal fine, hanno scritto una lettera al premier Benjamin Netanyahu e al ministro degli Esteri Gideon Saar.

Frammenti di missile sul tetto vicino alla Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dopo il lancio di missili dall’Iran il 16 marzo scorso
Frammenti di missile sul tetto vicino alla Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dopo il lancio di missili dall’Iran il 16 marzo scorso

Frammenti di missile sul tetto vicino alla Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, dopo il lancio di missili dall’Iran il 16 marzo scorso

(REUTERS)

Da quando sono iniziate le ostilità con l’Iran, la chiesa è rimasta chiusa ai parrocchiani e ai pellegrini, anche se il clero continua a svolgere i servizi all’interno. Nella lettera si sottolinea l’importanza di permettere lo svolgimento normale delle celebrazioni e si chiede una risposta ufficiale, perché l’incertezza genera ansia tra i cristiani di tutto il mondo.

Dal 23 marzo, il Santo Sepolcro e il complesso della Moschea di Al-Aqsa/Haram Al-Sharief sono rimasti chiusi, un fatto senza precedenti. Anche il Muro del Pianto ebraico è chiuso, sebbene non sia soggetto allo Status Quo. Il 22 marzo, la Chiesa latina aveva già annunciato la cancellazione della tradizionale processione della Domenica delle Palme da Betfage sul Monte degli Ulivi, a causa della situazione di sicurezza, una triste conseguenza della guerra in corso.

Il luogo simbolo della cristianità

La Basilica del Santo Sepolcro, situata a Gerusalemme all’interno delle mura della Città Vecchia e al termine della Via Dolorosa, rappresenta il cuore della cristianità mondiale. Essa ingloba sia la collina del Golgota, il luogo della crocifissione di Gesù, sia il sepolcro «nuovo scavato nella roccia» dove, secondo i Vangeli, Gesù fu sepolto. Qui si trovano il Katholikon e la cattedra del patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, rendendo la basilica non solo un luogo di pellegrinaggio, ma anche un centro religioso e amministrativo di primaria importanza. A differenza di altre mete della Terra Santa, come Nazareth o Betlemme, il Santo Sepolcro è l’unico sito la cui esistenza sia attestata da prove archeologiche risalenti appena un secolo dopo la morte di Gesù, conferendogli un valore storico e spirituale unico. Al suo interno, la basilica ospita comunità cristiane di tradizioni diverse: greco-ortodossa, armena, cattolica latina, copta, siriaca ed etiopica. Per secoli, le tensioni tra queste comunità hanno reso necessario un equilibrio delicato, capace di garantire che ognuna potesse svolgere i propri riti senza interferire con le altre. Tensioni e lite che nella Gerusalemme di oggi sono messe in ombra dal conflitto tra israeliani e palestinesi e dall’attacco che Stati Uniti e Israele hanno sferrato a fine febbraio all’Iran. È proprio per neutralizzare le possibili liti tra le varie confessioni cristiane che entra in gioco lo Status Quo, un insieme di regole e consuetudini stabilite formalmente nel 1852 dalle autorità ottomane, che disciplina la gestione della basilica, la distribuzione degli spazi, gli orari delle funzioni e persino piccoli dettagli come scale, altari e tappeti. Questo accordo secolare, simile a un regolamento condominiale, è pensato per preservare la coesistenza e la convivenza tra le diverse confessioni cristiane, evitando conflitti e garantendo che la basilica rimanga un luogo accessibile a tutti i fedeli. Lo Status Quo non è solo un insieme di norme: è la testimonianza di come, nella complessità di Gerusalemme, la fede e la tradizione possano convivere in un delicato equilibrio, rendendo il Santo Sepolcro un simbolo vivo di storia, spiritualità e dialogo tra culture diverse.

Alcune pellegrine pregano sulla Pietra dell’Unzione nella Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme
Alcune pellegrine pregano sulla Pietra dell’Unzione nella Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme

Alcune pellegrine pregano sulla Pietra dell’Unzione nella Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme

(REUTERS)

Che cosa si intende per Status Quo?
A Gerusalemme, lo “status quo” è molto più di un’espressione: è un accordo secolare, nato nel 1852, che regola la gestione e la custodia del Santo Sepolcro. Questo patto storico stabilisce chi ha diritto di fare cosa all’interno della chiesa più sacra del Cristianesimo, coinvolgendo Greco-ortodossi, Latini, Armeni, Francescani, Copti, Etiopi e altre piccole comunità cristiane. Ogni comunità può così celebrare le proprie liturgie e gestire i propri spazi, ma sempre nel rispetto degli altri. Una regola fondamentale, che ha permesso di mantenere una convivenza pacifica per decenni. Al tempo stesso, però, la precisione di queste norme è estrema: dettagli minimi diventano motivi di contesa e a volte persino di paradossali dispute. Lo “status quo” non è quindi solo storia e tradizione, ma un delicato equilibrio, custode della pace tra le comunità nel cuore della città santa.

Il pavimento conteso
Il pavimento del Santo Sepolcro, calpestato ogni giorno da centinaia di fedeli, turisti e pellegrini, nasconde crepe che sembrano sorrette dal desiderio di trovare un equilibrio tra le comunità. Non sempre, però, è semplice mantenerlo intatto.
Ogni comunità presente nella Basilica ha diritti esclusivi su alcune aree: l’ingresso all’edicola è gestito dai Greco-ortodossi, i cattolici curano la manutenzione, mentre gli Armeni hanno potestà su determinate celebrazioni liturgiche. Questa ripartizione degli spazi garantisce una gestione condivisa, ma diventa anche il simbolo della complessità dello Status Quo: il pavimento del santuario è attraversato da linee invisibili, immaginarie, che però producono conseguenze molto reali se violate. La manutenzione del pavimento è uno dei temi più delicati: ogni intervento, anche minimo, deve essere coordinato e approvato da tutte le comunità coinvolte. Un restauro non condiviso rischierebbe di provocare dispute durature. Per questo motivo, in alcune zone si vedono pavimenti logori o persino instabili: quando non si riesce a raggiungere un accordo comune, piuttosto che violare l’unanimità richiesta, si preferisce lasciare che il tempo faccia il suo corso, salvaguardando così l’equilibrio tra le comunità.

La scala abbandonata (che nessuno può spostare)

La scala inamovibile del Santo Sepolcro
La scala inamovibile del Santo Sepolcro

La scala inamovibile del Santo Sepolcro

Appoggiata a una finestra della facciata esterna del Sepolcro, c’è una scala a pioli in legno chiaro, semplice e banale, come quelle da lavoro. Nessuno sa chi l’abbia collocata lì, ma una cosa è certa: non si può spostare.
Le prime testimonianze risalgono al 1728, anno in cui una litografia mostra la scala al suo posto, immobile. Nel 1997 scomparve per pochi giorni: l’evento rischiò di accendere tensioni tra le comunità, finché fu ritrovata esattamente nella stessa posizione. Questa scala, agli occhi dei visitatori, diventa un monito tangibile della precarietà degli equilibri in un luogo come Gerusalemme e della rigidità dei compromessi necessari per mantenerli.

Il tetto conteso tra Etiopi e Copti

Accanto alla scala, una piccola porzione di tetto è contesa tra Etiopi e Copti: a turno, un monaco copto e uno etiope si siedono su una sedia in un punto preciso dell’edificio per rivendicare il diritto di possesso.
Nel 2002 si verificò un episodio apparentemente minimo, ma dal potenziale esplosivo: un monaco spostò leggermente la sedia per seguire l’ombra e ripararsi dal sole cocente di agosto. La fazione opposta interpretò il gesto come una violazione delle regole: ne nacque una rissa che portò undici persone in ospedale, dimostrando quanto fragile e delicato sia l’equilibrio dello Status Quo.

Le risse tra i monaci
Qui si apre un capitolo sorprendente delle vicende del Santo Sepolcro: le risse tra monaci, più frequenti di quanto si possa immaginare. Già nel 1757, durante la Domenica delle Palme, scoppiò una violenta lite tra monaci greco-ortodossi armati di mazze e bastoni e i Francescani, che furono costretti ad abbandonare il sito. Gli oggetti votivi – lampade, tappeti e altri simboli di fede – furono danneggiati, trasformati in armi o addirittura rubati. L’episodio portò a una redistribuzione dei diritti e a una nuova definizione degli equilibri interni alla Basilica. Gli scoppi di violenza non si sono fermati nel tempo: risse e tensioni hanno continuato a ripetersi nei secoli. Uno degli episodi più recenti risale al 2008, durante i preparativi per la cerimonia del Fuoco Sacro, quando monaci armeni e greco-ortodossi vennero coinvolti in una colluttazione violenta. Durante la Pasqua greco-ortodossa, infatti, le tensioni si acuiscono ulteriormente: gestire il luogo, le cerimonie e gli equilibri tra tante comunità diverse è una sfida che da millenni si ripete tra le mura del Santo Sepolcro, dove ogni gesto può diventare motivo di contesa.

Chi custodisce le chiavi del Santo Sepolcro

Fa parte del regolamento dello Status Quo anche l’incarico di custodire (e adoperare) la chiave della Basilica del Santo Sepolcro. Il custode attuale è il musulmano Adeeb Jawad Joudeh Al Husseini. Appartenente alla famiglia Al Ghodayya, è nato a Beirut (Libano) il 17 novembre 1964 e si è laureato alla Hebrew University di Gerusalemme, la più antica università israeliana, considerata tra le migliori al mondo. Sposato e padre di quattro figli, parla correntemente arabo, ebraico e inglese. La custodia delle chiavi della Chiesa è un incarico affidato alla famiglia Joudeh Al Husseini sin dal XII secolo, sotto Salah Al-Din, precisamente nel 1187. Questa responsabilità si tramanda ancora oggi di generazione in generazione all’interno della nobile famiglia hashemita. Secondo la tradizione familiare, la consuetudine risale addirittura a una decisione del califfo Omar nel 637, successivamente riconfermata da Saladino (1138-1187). La prima testimonianza scritta della pratica risale invece al periodo ottomano. Adeeb ha ricevuto dal padre la responsabilità di custodire la chiave della basilica, continuando così una tradizione secolare che attraversa i secoli. Si noti che a Gerusalemme esistono due famiglie musulmane che hanno un ruolo nel santuario cristiano: i Joudeh, che custodiscono la chiave, e i Nusseibeh, che si occupano materialmente dell’apertura e chiusura del portone della Basilica. Si tratta di due incarichi distinti ma complementari, istituiti originariamente per neutralizzare le dispute tra le comunità cristiane che rivendicano la custodia della Tomba vuota di Cristo.