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fra Dino Dozzi, 82 anni.


La morte come limite, come domanda, come esperienza universale che accompagna ogni esistenza umana. È questo il tema scelto per la diciottesima edizione del Festival Francescano (dal 24 al 27 settembre a Bologna, con oltre cento appuntamenti tra incontri, dialoghi, spettacoli e riflessioni), nel segno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, culmine di un lungo percorso di celebrazioni francescane che negli ultimi anni ha ricordato la Regola bollata, il presepe di Greccio, le stimmate ricevute alla Verna e il Cantico delle Creature. Ne parliamo con fra Dino Dozzi, cappuccino, teologo, biblista e direttore scientifico del Festival Francescano.
Fra Dino, il tema scelto quest’anno è la morte. Quale sguardo propone la tradizione francescana?
«Ci siamo accorti che il tema della morte è molto più serio, impegnativo e interessante di quanto possa apparire a prima vista. Siamo partiti da un’intuizione di san Francesco che continua a sorprenderci: nel Cantico delle Creature, egli parla di “sorella morte”. È un accostamento che suscita meraviglia, perché la morte è uno dei temi che la nostra società tende a nascondere, quasi a mettere sotto il tappeto. Fa paura la sofferenza che spesso l’accompagna, ma forse ancora di più spaventa ciò che viene dopo: la morte è la fine di tutto oppure, come credono i cristiani, è una porta che si apre all’abbraccio di Dio? È una domanda che riguarda tutti e che attraversa profondamente l’esperienza umana».
Tra gli ospiti ci saranno figure di grande rilievo internazionale: medici, psicologi, sociologi, tanatologi, teologi, filosofi, artisti, scrittori e giornalisti. Quali appuntamenti ritiene particolarmente significativi?
«Uno dei momenti più importanti sarà certamente l’apertura del Festival, dedicata al tema della pace. Avremo tre vescovi francescani che operano in territori segnati dalla guerra: il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut, e monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale. La pace e la morte, purtroppo, oggi si incontrano drammaticamente nei luoghi di conflitto. Ci saranno poi filosofi come Roberto Mancini, artisti come Michelangelo Pistoletto e musicisti come Giovanni Allevi, giornalisti e scrittori che rifletteranno sul modo in cui la morte viene vissuta, raccontata e rappresentata nella nostra società».
Quest’anno il Festival introduce anche il Premio “Francesco costruttore di pace”...
«È una novità a cui teniamo molto. Si tratta di un premio di 20 mila euro, frutto della collaborazione con il Comitato nazionale per le celebrazioni francescane, destinato a realtà che lavorano dal basso per costruire pace, dialogo, riconciliazione e convivenza. Abbiamo voluto privilegiare esperienze piccole, meno conosciute, ma profondamente significative, nello spirito francescano dell’attenzione agli ultimi e ai giovani. Il premio richiama un episodio molto importante della vita di san Francesco: la sua predicazione a Bologna il 15 agosto 1222, quando riuscì a favorire la riconciliazione tra le fazioni in lotta nella città. Oggi, in un mondo che sembra avere una fame immensa di pace, quella testimonianza è ancora straordinariamente attuale».


Qual è stata l’intuizione che ha permesso al Festival francescano di crescere fino a diventare un appuntamento nazionale?
«L’intuizione fu di fra Giordano Ferri, che diciotto anni fa ebbe l’idea coraggiosa di portare la spiritualità, la cultura e lo stile di san Francesco nelle piazze. Io ho condiviso fin dall’inizio questo entusiasmo, perché sono convinto che Francesco abbia ancora moltissimo da dire agli uomini e alle donne di oggi. Portare il suo messaggio nelle piazze, davanti a decine di migliaia di persone, significa offrire a tutti un’occasione di riflessione e di incontro con una proposta di umanità sentita ancora oggi».
In fondo, il Festival cerca ogni anno di mostrare che la santità di Francesco non è qualcosa di irraggiungibile...
«Sì, perché Francesco non voleva fondare un ordine riservato a pochi. Lui desiderava semplicemente vivere il Vangelo. Anzi, si chiedeva quasi perché dovessero esistere dei “francescani”: avrebbe preferito chiamarsi semplicemente cristiano. Nel corso dei secoli, anche per opera di grandi teologi come san Bonaventura, la figura di Francesco è stata talvolta innalzata fino a diventare quasi irraggiungibile. Ma Francesco voleva esattamente il contrario: desiderava seguire Cristo, mettere i piedi dove li aveva messi Gesù, vivere da fratello tra i fratelli».
Qual è allora il messaggio che san Francesco continua a offrire all’uomo di oggi?
«Il grande messaggio di Francesco è la riscoperta della fraternità. Quando scopre Dio come Padre, scopre anche che tutto ciò che esiste è fratello e sorella: gli esseri umani, il creato, persino la morte. Questa visione rappresenta forse la medicina di cui l’uomo contemporaneo ha più bisogno. Viviamo il rischio della disumanizzazione, della sopraffazione, della convinzione che la forza possa risolvere ogni problema. Francesco ci ricorda invece la dignità dell’umano, la bellezza delle relazioni, la fraternità universale. E il Cantico delle Creature rimane, ancora oggi, una straordinaria Magna Charta dell’umano: un invito a riconoscere che la vita, anche nel confronto con il limite e con la morte, può continuare a essere abitata dalla speranza».







