Ha scelto il saio a 25 anni, ma lo alterna spesso con altri abiti perché Marco Finco, oltre a essere frate e direttore da 25 anni del Centro francescano culturale milanese Rosetum (www.rosetum.it), è anche un attore che porta in giro, da oltre vent’anni, la figura di san Francesco e quella di altri santi. «Questo spettacolo è il riassunto di ben quattro ottocentenari francescani», precisa a proposito di Francesco. Il suo Natale, uno spettacolo intimo dove il frate cappuccino si muove da solo tra pochi oggetti e che dal teatro Franco Parenti di Milano si è spostato in altre città.

«Nel 2023 c’è stato l’anniversario del presepe di Greccio, nel 2024 quello delle stimmate, nel 2025 quello del Cantico e quest’anno quello della morte. Il presepe di Greccio è la mangiatoia vuota e spoglia che Francesco sceglie per celebrare l’Eucaristia e vedere solo attraverso di lei quel mistero della nascita. Le stimmate sono il suggello del suo cammino, il Cantico è ciò che ci ha donato e la sua morte è ciò che lui chiama sorella. Impossibile dimenticare questi eventi francescani di cui abbiamo celebrato gli anniversari negli anni scorsi. Sul palco, con questo mio terzo spettacolo sul santo di Assisi, li ho portati tutti insieme. Un regalo completo a chi sceglie di seguirmi», precisa fra Marco, milanese, 62 anni, che a fare l’attore non ci aveva mai pensato.

Fra’ Marco Finco durante una rappresentazione teatrale. Ha scelto di vestire il saio a 25 anni, da giovane però voleva fare il contadino.
Fra’ Marco Finco durante una rappresentazione teatrale. Ha scelto di vestire il saio a 25 anni, da giovane però voleva fare il contadino.
Fra’ Marco Finco durante una rappresentazione teatrale. Ha scelto di vestire il saio a 25 anni, da giovane però voleva fare il contadino. (DA COLLABORATORE)

L’incontro decisivo

«Io da piccolo volevo fare il contadino», racconta, «e infatti mi ero iscritto alla Facoltà di Agraria. A Cesano Boscone, nel frattempo, avevo iniziato a frequentare l’Istituto Sacra Famiglia e lì ho conosciuto ragazzi con disabilità, anche gravissimi. L’incontro con i frati che stavano con quei giovani mi ha cambiato la vita. Erano cinque frati, uno diverso dall’altro. Ma insieme erano altro. Si prendevano in giro, pregavano. Fu illuminante per me. Ricordo che stavo già studiando al Seminario, ma non ero consapevole della mia vocazione in quegli anni», confessa fra Marco.

«Gesù irrompe nella mia vita attraverso gli incontri con la gente e, quando avviene, probabilmente mi dà la risposta a una domanda che era nascosta nel mio cuore. Quando ho conosciuto il piccolo convento dentro la Sacra Famiglia ho iniziato a frequentarlo come fosse una casa. È per questo che, per me, l’esperienza cristiana oggi è soprattutto esperienza di fraternità e comunione. Ho conosciuto la vicinanza di frati di cui ricordo nomi e cognomi, ma il rapporto più importante è stato quello con monsignor Paolo Martinelli, nominato nel 2014 vescovo ausiliare di Milano e poi vicario apostolico dell’Arabia meridionale. Sa qual è l’evento a cui ricorro spesso? Compare in due Vangeli, Luca e Giovanni, e l’ho scelto per la mia ordinazione. È il miracolo della pesca miracolosa, quando Gesù ordina a Simone di gettare le reti per pescare, nonostante i pescatori avessero lavorato tutta la notte senza prendere nulla. Obbedendo alla parola di Gesù, presero una quantità enorme di pesci, tanto che le reti si rompevano e le barche rischiavano di affondare. Tutto ciò significa che prima di tutto devi accorgerti del miracolo che c’è stato, e poi anche della presenza di una compagnia che ti sostiene».

Fra Marco continua: «Nella mia vita un miracolo è accaduto grazie a un incontro, ma senza la fraternità avrei potuto fare poco. E allora penso che se ognuno si accorgesse del miracolo di alzarsi al mattino dal letto e di tornarci la sera, dovrebbe accorgersi anche dei fratelli che ha avuto accanto durante la giornata trascorsa. Il grande dramma di oggi è che molta gente si definisce sola perché ci siamo rinchiusi dentro le nostre case più o meno affollate di uomini e animali e non usciamo. È la vita che ci porta a vivere questo, la gente lavora dieci ore al giorno, poi arriva stanca e non esce di casa, taglia ogni rapporto sociale. Lo so che al di fuori dell’esperienza cristiana è faticoso avere rapporti e mi sento fortunato. Se sei un cristiano, non puoi non fare i conti con la Chiesa, cioè con una comunità».

Il religioso cappuccino in scena durante una rappresentazione del brano evangelico della pesca miracolosa.
Il religioso cappuccino in scena durante una rappresentazione del brano evangelico della pesca miracolosa.
Il religioso cappuccino in scena durante una rappresentazione del brano evangelico della pesca miracolosa. (DA COLLABORATORE)

La forza della fraternità

«Non sapevo cosa fare della mia vita e il Signore mise i frati sul mio cammino», ammette fra Marco, parafrasando san Francesco. Tradotto: anche i tuoi progetti più belli e più santi non servono, senza la condivisione con gli altri. «La grande rivoluzione di Francesco rispetto a tutti i movimenti pauperistici del tempo è che lui mette il suo progetto nelle mani del Papa, ovvero della Chiesa, quindi dei fratelli. Tutti gli altri movimenti di allora sono diventati eresia o sono finiti, il suo è invece sopravvissuto proprio grazie alla sua obbedienza verso persone di cui riconosceva l’autorità», precisa fra Marco.

«Sono sempre stato socievole, per me è sempre stata fondamentale l’amicizia», dice infine. «L’unico compito della vita cristiana è la missione. Oggi sono alle prese con la musica, il teatro e gli spettacoli, perché così hanno voluto i miei superiori tanti anni fa, quando mi chiesero di dirigere il Rosetum, inaugurato nel 1957 da Maria Callas, e a oggi l’unico centro francescano culturale artistico presente in Italia, a Milano. Scrivo, salgo sul palco, organizzo tournée, ho all’attivo venti spettacoli, e una moltitudine di fratelli in platea, ma anche in strada. Tutti dalla mia parte, insieme a Gesù».