Quello di Giulio Rocca è un nome che a molti non dice nulla. Ma per decine, centinaia di volontari dell’Operazione Mato Grosso (Omg), soprattutto giovani, Giulio il montanaro, da anni venerato come “martire della carità”, è uno di famiglia. Non per nulla, il campo di lavoro che si tiene ogni anno in Italia in sua memoria è il più frequentato tra quelli proposti dall’Omg. Molta acqua è passata sotto i ponti dal giorno della sua uccisione, il 1° ottobre 1992, a Jangas, sulle Ande peruviane per mano dei terroristi di Sendero Luminoso; eppure, la devozione del popolo dell’Omg, anziché affievolirsi, rimane viva e, anzi, si va tramandando da una generazione all’altra.

Dalla rivoluzione al Seminario
La notizia è che in un futuro nemmeno troppo lontano la diocesi di Como (che abbraccia l’intera Valtellina) potrebbe aprire la causa di beatificazione per il trentenne nato nel 1962 in Valtellina, a Isolaccia Valdidentro, non lontano da Bormio. Il cardinale Oscar Cantoni ha speso per lui più volte parole significative: «Il suo sacrificio non è stato vano. La sua figura continua ad affascinare ancora tanti giovani». Ancora: «È cresciuto progressivamente, da ateo insoddisfatto e inquieto, guidato dalla sapienza umana di Dio». Conferma don Lorenzo Salinetti, sacerdote che anima due realtà legate all’Omg in Valtellina: «Pur avendo avuto una formazione familiare profondamente religiosa, Giulio s’era allontanato dalla Chiesa».

Già. Se avete in mente l’immagine del classico «bravo ragazzo», tutto casa e oratorio, cancellatela. Settantottino nel senso più bello del termine, era partito dall’Italia per il Sudamerica (prima il Brasile, poi il Perù) con la voglia di rimboccarsi le maniche per rimediare alle ingiustizie globali: «Mi sto rendendo conto solo in questi giorni», scrive il 10 luglio 1985, «che i poveri sono la nostra coscienza sporca, sento che nel loro silenzio ci gridano in faccia la rabbia che hanno dentro per quello che la nostra cultura ha fatto loro. Per il momento siamo noi i pesci grossi che mangiano quelli piccoli, ma quando riusciranno a capire potranno scacciarci. Per questo sono qui, per aiutarli, anche se so che riuscirò a dare ben poco». Quattro anni dopo, un’altra lettera di Giulio documenta la traiettoria squisitamente evangelica che il giovane ha compiuto in così poco tempo: «C’è proprio bisogno di tanto entusiasmo per distruggere questo mondo che va male e per costruirci sopra qualcosa di grande e di bello. Lo stesso entusiasmo che ci porta a dire con forza e con chiarezza il messaggio dell’Omg: “Dare via!”. Dare via, dare ai poveri, aiutare gli altri, dando prima le nostre cose e il nostro tempo, poi sempre di più, fino a dare tutto, ma proprio tutto, fino a darsi completamente. Che vuol dire lasciarsi mettere in Croce». Per Giulio, il darsi completamente si tradurrà nella scelta di farsi sacerdote: due settimane prima di essere ucciso, dopo aver lasciato la sua ragazza, scriverà una lettera al vescovo di Huaraz per chiedergli di entrare in seminario.

Un modello per i giovani
L’autenticità e la capacità di donarsi senza calcoli rappresentano il cuore della testimonianza di Giulio. Sottolinea don Lorenzo: «I giovani più radicali, che spesso sono i migliori, trovano in lui un modello credibile, anche se scomodo, da imitare». Per questa ragione, dentro l’Omg – realtà aconfessionale per statuto – più d’uno è favorevole all’idea del processo di beatificazione, «se è la Chiesa a chiederlo», perché «non vogliamo mettere il tesoro di Giulio solo per noi». Ma, scandisce il sacerdote, «i giovani non vogliono un santino edulcorato». Non gli si renderebbe giustizia, visto che il giovane valtellinese era molto esigente con sé stesso. «Per 26 anni mi sono costruito e mi sono lasciato costruire secondo gli schemi normali», scrive l’11 febbraio 1992 da Huaraz. «Ma questi non mi bastavano, non davano senso alla mia vita. Venendo qui nell’88 con i poveri, chiamato ogni giorno a dire sì agli altri, tutti questi schemi sono caduti. Messo alla prova mi sono riscoperto poco vero e soprattutto non credente. Ora, ciò che più mi preme è cercare di dirti solo una parola: Gesù... tutto il resto mi sembra abbia così poco senso».

L’impegno per i poveri
Ci vuole fegato e amore per la gente, per riuscire a tenere testa in quattro occasioni – come ha fatto Giulio – ai terroristi di Sendero Luminoso, organizzazione armata che seminò violenza e morte in Perù tra gli anni Ottanta e Novanta. L’ultima volta è stata quella fatale. Aveva solo trent’anni quando lo freddarono. La sua colpa? «La carità addormenta la coscienza dei poveri»: un’accusa dal sapore marxista («la religione è l’oppio dei popoli»). Da allora, a Jangas, una stanza raccoglie alcuni oggetti di Giulio. Ricordo ancora la commozione che ho provato nel visitarli, in particolare quando lo sguardo si è posato su un foglietto, conservato come una reliquia: su un lato, in stampatello, la scritta Jesus e, accanto, la lista della spesa: 4 uova, 10 cipolle, 20 zucche... Tutt’attorno il biglietto è macchiato di sangue: Giulio l’aveva addosso al momento dell’uccisione. È una sintesi della sua vita: un amore sconfinato per Cristo e la concretezza della fraternità con i poveri.