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Una donna messicana mostra un'immagine di padre Marcelo Perez in una marcia a San Cristobal de las Casas per chiedere la pace dopo l'omicidio del sacerdote.
«Padre Marcelo Perez era impegnato per la promozione della giustizia e la pace tra i popoli originari in Messico, soprattutto nella comunità di Simojovel, accompagnando le vittime della violenza nell’area rurale di Pantelhó, in Chiapas». Lo ricorda così il cardinale Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, luogo simbolo delle lotte delle comunità originarie per i loro diritti spesso ignorati, dallo Stato e dalle multinazionali, interessate a un sottosuolo ricco di materie prime così alle sue acque e foreste.
Padre Marcelo apparteneva all’etnia Tzotzil, a causa delle denunce per la dignità delle popolazioni che vivono in una situazione priva di sicurezze e diritti, aveva subito numerose minacce, una storia che si è conclusa con un omicidio, il 20 ottobre del 2024. La sua morte è avvenuta a San Cristóbal de las Casas, storica città in Chiapas, mentre dopo la messa delle sette di mattina si recava nella parrocchia di Guadalupe. Guidava un furgone bianco quando ha ricevuto numerosi colpi di arma da fuoco che hanno fermato una vita piena di attivismo, marce, proteste e denunce. Tutto per i poveri del Chiapas, gli indigeni del Sud del Paese.
Il sacerdote messicano è uno dei tanti martiri che oggi 24 marzo, nella Giornata dei missionari martiri, la Chiesa ricorda con veglie e preghiere. Negli ultimi sette anni si contano 13 sacerdoti uccisi in Messico. Insieme a padre Marcelo Pérez Pérez troviamo padre Bertoldo Pantaleón Estrada a Guerrero, crocevia di narcotraffico e territorio in perenne lotta delle bande locali, e padre Ernesto Baltazar Hernández Vilchis nello Stato del Messico, territorio in cui il traffico di migranti e lo spaccio sono terra contesa dalla criminalità latinoamericana.
Oltre alle morti violente si registrano numerose aggressioni contro religiose, sacerdoti e anche vescovi, senza dimenticare rapimenti ed estorsioni. Tanti sono i laici impegnati, soprattutto nei villaggi del grande Paese che hanno subito minacce e aggressioni per difendere i diritti della dignità personale. Ben 23 donne e uomini, volontari che lavorano alla tutela dei diritti umani presenti in diverse parrocchie, hanno perso la vita durante la loro missione.
Per questa ragione dal 30 gennaio al primo febbraio 2026 a Guadalajara presso l'ITESO, l’Università Gesuita, più di 1200 leader di svariate realtà della società civile, religiosi, accademici, imprenditori, politici e rappresentanti della società civile, si sono ritornati per il Secondo Incontro Nazionale per la Pace, uno spazio aperto per ragionare e proporre un cammino comune che possa rispondere e sanare le ferite provocate dalla violenza, condividere metodologie di costruzione della pace e articolare proposte in questo delicato momento che vive la nazione. Un movimento promosso dai vescovi e dai rappresentanti degli ordini religiosi nato per ricucire un tessuto strappato, quello del rispetto della persona, in un contesto di violenza e ingiustizia.
Nel mondo sono 17 i missionari e le missionarie uccise nel 2025, tra loro troviamo sacerdoti, religiose, seminaristi e laici che hanno testimoniato con la vita l’amore per il Vangelo secondo il report annuale dell’Agenzia Fides. I martiri sono presenti in tutto il pianeta. Nel 2025 in Africa troviamo 10 missionari (sei sacerdoti, due seminaristi, due catechisti) assassinati. Nel continente americano quattro missionari (due sacerdoti e due religiose) hanno perso la vita, in Asia un sacerdote e un laico. Anche in Europa c’è una vittima in Polonia.






