«Netflix e altre piattaforme di streaming online» e social come «Instagram, WhatsApp e TikTok», sono realtà «pensate appositamente per dare dipendenza» e che «penso siano da evitare assolutamente», anche «per una questione di povertà e di sobrietà».

È uno dei passaggi più netti della lettera che nei giorni scorsi dom Matteo Ferrari, Priore generale della Congregazione camaldolese dell’Ordine di San Benedetto, ha indirizzato ai responsabili delle comunità (priori locali, responsabili delle residenze, maestri dei novizi e professi semplici) e ha pubblicato sul suo profilo Facebook. E non è solo una presa di posizione disciplinare: «Anche nel mondo laico ci si sta interrogando circa l’utilizzo di questi mezzi, soprattutto da parte dei più giovani», scrive Ferrari, «a maggior ragione ce ne dobbiamo occupare noi»

Il rischio spirituale della gratificazione immediata

Qui la riflessione tocca un nervo spirituale, prima ancora che morale: ciò che abitua alla gratificazione immediata rischia di indebolire la capacità di «restare nella cella», di abitare il silenzio, di reggere l’aridità, di attraversare il limite senza cercare subito un anestetico. La cella monastica, ricorda il priore generale richiamandosi a san Romualdo («Siedi nella tua cella come nel paradiso. Scordati del mondo e gettalo dietro le spalle»), è chiamata a essere luogo di ascolto e di sapienza. Ma può trasformarsi, avverte, in «luogo di dispersione, di perdita di tempo, di fuga da sé stessi e dalle proprie tensioni interiori». Scrive Ferrari, senza mezzi termini: «Se la cella si trasforma in luogo di dispersione e in una sala cinematografica individuale e individualistica, dove va a finire la nostra spiritualità monastica e romualdina?».

Dalla cinefilia alla perdita di spiritualità

Dom Ferrari non nasconde il rischio che l’uso di questi mezzi portino a sviluppare delle vere e proprie «dipendenze cinefile», che possono portare i monaci a diventare «esperti di filmografia, più che ricercatori di Dio». La dipendenza, scrive, genera «l’incapacità di mettersi in discussione» e di «riconoscere l’assurdità di certi modi di vivere».

Non è il mezzo, ma come lo si usa

La lettera insiste sul fatto che il problema non è solo cosa si usa, ma come e quando. «La cella monastica», si legge, «non sia il luogo per guardare film individualmente», mentre è «molto più sano pensare a momenti comunitari», capaci di avere un valore formativo e di far crescere «la comunione e la fraternità». Il discernimento sull’uso dei media, sottolinea Ferrari, diventa, anzi deve diventare, parte integrante della formazione spirituale.

Percorsi di formazione secondo le fasi della vita monastica

Proprio su questo aspetto, il Priore generale propone un percorso che attraversa le diverse fasi della vita monastica. Nel Postulantato, il «tempo del senso critico», è necessario accompagnare i giovani a maturare «un senso critico verso l’utilizzo di internet e dei social, dei rischi e del valore del vivere la cella e la solitudine».

Nel Noviziato, il «tempo del distacco», la richiesta è più esigente: «Vivere un reale distacco sospendendo l’uso dei social, l’uso di internet in cella, la visione individuale di filmati o di film, l’abbonamento a piattaforme come Netflix e disciplinare la comunicazione con la famiglia e gli amici tramite WhatsApp», fino a valutare concretamente gesti di disciplina come «affidare lo smartphone al Maestro».

Con la Professione semplice arriva il «tempo della responsabilità» e lo sguardo si fa più articolato: «Non si devono demonizzare questi strumenti perché sarebbe semplicemente controproduttivo», perché «plasmano il nostro modo di entrare in relazione con il mondo, con noi stessi e anche con Dio». Ma occorre imparare a usarli «come strumenti di lavoro» e «come utilizzo saggio del tempo», evitando che diventino occasione di «dispersione, di fuga e di “ozio”, nemico dell’anima». Ferrari propone alcune regole pratiche: «Sarebbe utile che ci si astenesse da qualsiasi uso di social o di internet, se non per lavoro o servizio comunitario, dopo cena o dopo compieta».

Silenzio e Regola di san Benedetto

Significativo anche il richiamo alla Regola di san Benedetto e al «silenzio dopo compieta», da custodire «con amore, soprattutto durante la notte». Un silenzio che oggi riguarda «anche e soprattutto i social, internet, i film». La vita monastica, avverte il priore generale, rischia altrimenti di scivolare in un «mero formalismo»: restare fisicamente in cella senza vivere davvero ciò che la cella implica.

Formazione autentica e uso positivo dei media

Il passaggio finale della lettera allarga l’orizzonte. Non si può chiedere alle persone in formazione ciò che i professi solenni non vivono. L’uso disordinato dei media può svuotare dall’interno la pratica monastica, così come in passato altre forme di formalismo ne hanno indebolito l’autenticità. Da qui l’invito a pensare a «incontri comunitari» per mettere in luce «opportunità e rischi» dei mezzi di comunicazione, imparando insieme «un modo di fruizione positiva» e coerente con la vocazione.

La sfida per la vita monastica e laici

«Vi ho scritto queste cose», conclude dom Ferrari, «per avviare una riflessione comune e per non far finta che questa sfida per la vita monastica del presente non esista». Una sfida che, pur nascendo nel silenzio dei monasteri, interroga anche il mondo dei laici e delle famiglie: che cosa ci rende davvero liberi? E che cosa, invece, ci allontana lentamente dalla capacità di stare, di ascoltare, di attendere?