«Il treno è rimasto lo stesso, però sono cambiati i binari». È con questa metafora che don Alberto Ravagnani ha motivato il suo abbandono del sacerdozio che in rete e sui social è diventato uno dei temi più discussi negli ultimi giorni con varie riflessioni e opinioni sia pro che contro. A raccontarlo è lui stesso a PoreCast, il podcast di Giacomo Poretti, spiegando le ragioni profonde che lo hanno portato a compiere uno dei passaggi più delicati della sua vita che lo ha condotto ad abbandonare, con il sacerdozio, anche i ruoli di vicario parrocchiale nella chiesa di San Gottardo al Corso a Milano, di collaboratore della pastorale giovanile diocesana e di primo responsabile di Fraternità, la community di giovani per l’evangelizzazione anche digitale da lui fondata.

Non una rottura con la fede
Non si tratta, chiarisce subito Ravagnani nel podcast, di una rottura con la fede né di un allontanamento dal Vangelo: «Il treno è rimasto lo stesso, però sono cambiati i binari». A restare intatto è il desiderio che ha attraversato tutta la sua storia: «Io comunque desidero vivere per Dio, desidero seguire il messaggio di Gesù». E ancora: «Desidero vivere la mia umanità il più possibile in maniera divina, voglio tendere a questo quantomeno».

La tensione interiore
La decisione nasce da una tensione interiore maturata nel tempo: «Mi sono reso conto che il modo in cui la vita da prete mi chiede di essere non mi basta più». Ravagnani parla del ministero con grande lucidità, senza giudizi né recriminazioni: «Prete è un ruolo, è un ruolo sociale, a cui sono legate delle aspettative, degli obblighi, un campo di azione delimitato». Ed è proprio questo che, col tempo, ha iniziato a stargli stretto: «Mi sono reso conto che sono già andato oltre tutto questo».

Il nodo centrale della scelta
Il nodo centrale del suo discernimento è una parola forte, che non tenta di addolcire: «In me si è creata una vera e propria dissonanza fra quello che dovrei essere in quanto prete e quello che forse sono chiamato, in questo momento, ad essere, a diventare e a fare». Da qui la decisione di lasciare il sacerdozio dopo 8 anni dall’ordinazione, avvenuta nel 2018.

Don Alberto Ravagnani durante l'Adorazione eucaristica in un raduno di Fraternità, la community da lui fondata
Don Alberto Ravagnani durante l'Adorazione eucaristica in un raduno di Fraternità, la community da lui fondata

Don Alberto Ravagnani durante l'Adorazione eucaristica in un raduno di Fraternità, la community da lui fondata

Il peso del cambiamento
Alla domanda su come stia vivendo questo passaggio, Ravagnani non nasconde la fatica: «Nonostante mi pesi, nonostante sia faticoso, nonostante non sia indolore, credo che sia arrivato il momento di fare questo passo». Il sentimento dominante è il timore: «Tanto timore, perché mi rendo conto che ho tra le mani qualcosa di importante e non vorrei romperlo». Un timore che nasce dal desiderio di custodire ciò che è stato: «Il desiderio è quello di non sprecare il bene». Un bene fatto di relazioni, di esperienze, di cammino condiviso: «Un sacco di ragazzi attorno a me, un sacco di frutti, un sacco di esperienze». E ancora: «Ho viaggiato tanto, conosciuto tante persone, ho imparato da tanta gente, sono cambiato». Guardando indietro, il bilancio resta profondamente grato: «Veramente è stato fantastico».

L’origine della vocazione
Per comprendere fino in fondo questa scelta, Ravagnani, che ha scritto anche un libro, intitolato significativamente La scelta (SEM), che sarà in libreria dal 10 febbraio, torna allora all’origine del suo percorso, a quella vocazione nata da una conversione radicale, avvenuta diciassette anni fa: «Quando mi sono convertito da 17 anni, la mia famiglia non era credente, non ero molto di chiesa». L’esperienza decisiva arriva in modo inatteso, durante una confessione: «Quando ho fatto esperienze di Dio durante una confessione, dopo la confessione sono cambiato».

Un cambiamento di identità
Un cambiamento netto, quasi un passaggio di identità: «Prima ero in un modo e poi sono diventato in un altro modo». Prima, racconta nell’intervista con Giacomo Poretti, «ero chiuso, introverso, avevo bassa stima di me stesso». Dopo, invece, «ho sperimentato amore, gioia di vivere». Da quell’incontro nasce una ricerca nuova: «Ho iniziato ad essere attratto dalla trascendenza, mi sono fatto delle domande: da dove vengo, dove vado, cosa vuol dire amare, qual è il mio posto nel mondo».

La preghiera e l’incontro con Gesù
La preghiera diventa il luogo in cui queste domande prendono forma: «Poi ho iniziato a pregare». E subito precisa: «Per me pregare voleva dire leggere il Vangelo». È lì che avviene l’incontro decisivo: «Ho letto il Vangelo, ho conosciuto Gesù, quello che ha detto, quello che ha fatto, come l’ha fatto, e mi ha affascinato».

La nascita della vocazione
La vocazione al sacerdozio nasce come risposta naturale a quell’incontro: «Se Dio mi ha cambiato la vita fino a questo punto, perché non posso dargli la mia vita?». Una domanda che diventa scelta concreta: «Mi è sembrato quasi naturale vivere di conseguenza, e così sono entrato in seminario».

Il desiderio di pienezza
Alla base, Ravagnani lo ribadisce, non c’era un’idea di sacrificio fine a sé stesso, ma un desiderio profondo di pienezza: «L’istanza originaria era il desiderio di vivere una vita piena, realizzata, felice, nel servizio degli altri». Il sacerdozio appariva come lo spazio più coerente: «Il seminario e la vita del prete erano i binari in cui poter fare questa cosa».

Il “prete influencer” sotto i riflettori
Ravagnani, conosciuto come il “prete influencer”, ha oltre mezzo milione di follower tra Instagram, Facebook e TikTok e 160mila iscritti al canale YouTube. Quasi naturale che la sua scelta sia stata e continua ad essere molto dibattuta nella community cattolica con molti preti e fedeli divisi.

Lui stesso ha risposto con una storia Instagram all’ondata di attenzione ricevuta: «Vedo che tanti stanno esprimendo considerazioni sulla mia scelta. È giusto così. Io desidero condividere con voi quello che sta passando nel mio cuore e darvi delle doverose spiegazioni. Vi chiedo solo un po’ di pazienza».

Il dolore di chi resta
Uno dei primi a pubblicare un contenuto è stato don Marco Ferrari, sacerdote presso la parrocchia di San Vittore a Rho, con oltre 10mila follower su Instagram. Nel suo post di sabato, una fotografia scattata in Egitto lo ritrae insieme a un giovane don Alberto: «La scelta, a onor del vero, non è mai solo autodeterminazione ma coinvolge a cerchi concentrici chiunque chi ti sta accanto», scrive don Marco, «e non posso non soffrire per un amico che lascia il ministero, e non posso e non voglio tacere il dispiacere per una scelta non tanto che non condivido, ma che non ho la possibilità di accogliere e che devo subire come un macigno».

Il pensiero di don Luca Zamboni
Nelle stesse ore anche don Luca Zamboni, sacerdote della diocesi di Verona con 13mila follower su Instagram, ha condiviso una foto insieme a don Alberto, entrambi in camicia nera e colletto bianco, accompagnata da alcune riflessioni: «La tua scelta, ora, purtroppo non la condivido. Anche se ti vorrò bene, ma farà male e sarà una ferita per tutta la Chiesa… è innegabile», e ancora: «La Chiesa ti ha sempre amato, continuerà a farlo perché è sposa fedele, rispetterà questa tua scelta, non ti ha mai tolto la libertà e mai te la toglierà».

Il ringraziamento di don Roberto Fiscer
Sulla vicenda è intervenuto anche don Roberto Fiscer, parroco della Santissima Annunziata del Chiappeto nel quartiere Borgoratti di Genova, che si è rivolto a Ravagnani in un video pubblicato su Instagram e TikTok, dove è seguito da oltre un milione di utenti: «Grazie per tutto quello che hai donato in questi anni qui sui social, ma non solo, anche nelle tue parrocchie, nella tua fraternità con i tuoi ragazzi». Prosegue don Fiscer con un altro ringraziamento: «Con questa scelta che tu hai preso, hai fatto brillare in me, e penso non solo in me, la bellezza dell'essere sacerdoti, dell'essere preti, ma anche la fatica dell'essere preti: perché è un tesoro immenso in un vaso fragile, che siamo noi, la nostra umanità, soprattutto il nostro tempo». Prima di chiudere il video, il sacerdote invia un messaggio di scuse: «Per tutti i commenti che hai ricevuto, delle vere e proprie pugnalate, a volte mascherate da consigli, a volte gratuite, ma persone che non possono capirci: molti sono preti mancati o suore mancate, che tirano fuori tutto questo astio».

Il commento di don Cosimo Schena
Ai social ha affidato il suo commento anche don Cosimo Schena, sacerdote della diocesi di Brindisi e seguitissimo sui social con circa mezzo milione di follower: «Quando una guida spirituale si ferma o cambia strada, non c’è solo una notizia da commentare, ma una ferita da ascoltare. Si ferisce chi resta e spesso anche chi se ne va. Non è una storia di tradimenti, ma di fragilità», scrive il sacerdote, «molti non sono arrabbiati, sono smarriti. Non chiedono “chi ha sbagliato?”, ma “dove mi appoggio adesso?”. In questi momenti crolla un’immagine idealizzata di fede e di Chiesa, e fa male a tutti. La fragilità di una persona non è il fallimento della fede. Il rischio è trasformare il dolore in giudizio, che protegge, ma non cura. La fede non è una prestazione, ma un cammino. A volte non si perde Dio, ma un modo di pensarlo. “Non è la fragilità di un uomo a far crollare la fede, ma l’incapacità di restare umani davanti alle ferite”».