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San Giuseppe Allamano (1851-1926)
A cent’anni dalla morte di San Giuseppe Allamano, avvenuta il 16 febbraio 1926, la sua figura torna a interrogare la Chiesa di oggi con la forza mite di un uomo capace di guardare “oltre”: oltre i confini della propria diocesi, oltre le resistenze del suo tempo, oltre ogni tentazione di propaganda.
Beatificato da San Giovanni Paolo II nel 1990 e canonizzato da Papa Francesco nel 2024, il fondatore dei Missionari della Consolata rivive nelle pagine di Oltre. Vita e missione di san Giuseppe Allamano (Effatà), la nuova biografia firmata dal giornalista e scrittore Alberto Chiara, già caporedattore di Famiglia Cristiana dove ha trascorso quasi tutta la sua carriera. Un ritratto che, tra radicamento torinese e slancio universale, restituisce tutta l’attualità e la profondità di un carisma profondamente contemplativo e insieme audacemente missionario.


Chiara, Allamano è stato definito un uomo capace di guardare “oltre”. Oltre quali limiti? E in che senso la sua visione missionaria può parlare oggi a una Chiesa che sembra talvolta ripiegata su sé stessa?
«Lo spiega bene padre Ugo Pozzoli, un Missionario della Consolata che firma la presentazione del volume. San Giuseppe Allamano va oltre la sua diocesi – è rimasto per tutta la vita prete della chiesa di Torino che ha servito fedelmente fino al giorno della sua morte; oltre il Santuario della Consolata – di cui è stato rettore per 46 anni di fila, dal 1880 al 1926; oltre le idee ristrette di alcuni che ne ostacolavano i progetti, oltre la grave malattia che lo stava conducendo prematuramente alla morte, nel gennaio 1900, oltre le logiche difficoltà dei momenti iniziali di un istituto che inviava così lontano i missionari da lui formati. Giuseppe Allamano supera nella fede le leggi dello spazio e del tempo».
Nel libro emerge un fondatore concreto, attento alle persone più che alle strategie. Qual è l’aspetto meno conosciuto e più sorprendente della sua personalità?
«Forse l'episodio che mi ha colpito di più di lui e che non è sempre adeguatamente evidenziato è l'appoggio dato al giornalismo di qualità. Non solo in Italia, dove fonda un quotidiano, L'Italia reale, che nulla ha a che vedere con Casa Savoia, ma invece punta a raccontare la vita spesso dura e grama della gente comune. Incoraggia ad esempio il passaggio da mensile a quotidiano della rivista francese La Croix, il cui fondatore, padre Vincent de Paul Bailly (1832-1912) nel 1883 sosta a Torino, al Santuario della Consolata e torna in Francia applicando il consiglio datogli anche dall'Allamano: La Croix è un apprezzato e attendibile quotidiano ancora oggi in edicola».


Alberto Chiara durante la presentazione del libro
La missione, per Allamano, non era propaganda ma testimonianza. In un’epoca segnata da crisi di credibilità ecclesiale, questa impostazione può rappresentare una chiave di rilancio?
«Giuseppe Allamano anticipa di decenni quello che il Concilio Vaticano II affermerà in particolare nel decreto Ad Gentes del 7 dicembre 1965 in cui sancisce che la Chiesa è per sua natura missionaria. Non è un'attività opzionale, ma l'essenza stessa delle comunità dei credenti, chiamate a saldare Vangelo, vita e culture».
Quali sono i tratti caratteristici della sua azione?
«Ha abbracciato il mondo senza uscire mai dall'Italia. Un "glocal" ante litteram perché capace di intrecciare la dimensione locale, il suo Piemonte, con un'attenzione globale nutrita di fede, preghiera, studio, carità e rispetto. Ha saputo testimoniare Dio in un'epoca tanto interessante quanto travagliata, segnata da Unità d'Italia, positivismo ateo, questiona operaia, Prima Guerra mondiale, totalitarismi di ogni colore partendo dall'avvento del fascismo. E ha saputo rendere credibile il messaggio di salvezza in una chiesa attraversata da speranze e sussulti: Concilio Vaticano I, Dottrina sociale, rigore diffuso, ma anche misericordia vissuta a fondo senza se e senza ma. S'è reso volontariamente compagno di strada dei protagonisti dei profondi cambiamenti socioeconomici dell'epoca, dai tranvieri alle sartine, dagli operai ai giornalisti».
Che cosa distingue il carisma di Allamano rispetto ad altri grandi protagonisti della stagione missionaria tra Otto e Novecento?
«Il 29 gennaio 1901 l’allora arcivescovo di Torino, il cardinale Agostino Richelmy, firma il decreto che dà vita all'Istituto missioni Consolata. L'8 maggio 1902 Giuseppe Allamano accompagna alla stazione ferroviaria di Porta Nuova i primi quattro missionari destinati all'Africa. Sin da subito, come altri e più di altri Giuseppe Allamano coltiva gli anticorpi destinati ad arginare lo spirito coloniale dell'epoca capace di inquinare l'ammirevole slancio missionario di tante chiese. Già la prima spedizione in Kenya è caratterizzata da un metodo missionario originale fondato su quattro pilastri: apprendimento della lingua locale; rispetto della cultura della gente del posto; necessità di creare un ambiente familiare; impegno per lo sviluppo complessivo del Paese. Parliamo degli inizi del Novecento: quello che per noi oggi è scontato, allora non lo era per nulla».


Un momento di una presentazione con l'autore
Il Piemonte della seconda metà dell'Ottocento e dei primi anni del Novecento è terra di una santità diffusa. Che ruolo ha avuto questo contesto nella formazione nell'impegno di Allamano?
«C’è un network molto interessante e significativo: San Giuseppe Cafasso (1811-1860), un grande sacerdote, formatore esperto, attento agli ultimi come ad esempio gli spazzacamini, cappellano delle carceri sempre al fianco dei condannati a morte fino ai piedi della forca, era suo zio materno. San Giovanni Bosco (1815-1888) fu il primo che la accolse nel neonato seminario salesiano (il fondatore dei Missionari e delle missionarie della Consolata terminò poi gli studi nel seminario diocesano, ndr). Giuseppe Allamano è tranquillamente da annoverare nelle fila dei santi sociali torinesi e piemontesi di quel tempo che comprende Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842; che si prese cura di malati, disabili abbandonati, emarginati, i marchesi Carlo Tancredi Falletti (1782-1838) e Giulia Colbert di Barolo (1786-1864) attenta a detenuti, ragazze madri, bambini in difficoltà meno abbienti, don Francesco Faà di Bruno (1825-1888); don Lorenzo Prinotti (1834-1899), apostolo dei sordomuti), don Leonardo Murialdo (1828-1900), operai, Paolo Pio Perazzo (1846-1911), ferrovieri), don Luigi Orione (1872-1940) orfani, poveri, sfruttati), don Giacomo Alberione (1884-1971), apostolo della comunicazione che diede vita a giornali, radio, cinema e fondò la Famiglia Paolina che pubblica tra l'altro Famiglia Cristiana».
Il suo libro arriva in un momento in cui la parola “missione” sembra aver cambiato significato. Che cosa può imparare la Chiesa italiana di oggi dall’esperienza di Allamano?
«Credo rimanga sempre valida una delle massime di San Giuseppe alla mano: "Prima santi, poi missionari". Non si capisce Giuseppe Allamano se non si parte dalla penombra del Santuario della Consolata, dal tempo che questo sacerdote trascorreva nella preghiera personale e comunitaria, nel confessionale, impegnato nella direzione spirituale e nell'ascolto delle persone che passavano nel Santuario: nobili, aristocratici, medio-piccoli borghesi, proletari d'ogni genere. Oggi come ieri la missione è sterile, anzi, rischia di diventare propaganda o peggio neocolonialismo, se non si nutre di silenzio orante, di Parola di Dio, di sacramenti».
Se dovesse indicare una sola frase, un gesto o una scelta che sintetizza il cuore del suo messaggio, quale sceglierebbe e perché?
«C'è effettivamente un’espressione che sintetizza al meglio natura ed eredità di san Giuseppe Allamano: "Fare bene il bene, senza far rumore". Postula un intenso rapporto con Dio, prevede un progetto chiaro, necessita di professionalità ad ogni livello, evoca la necessaria umiltà evangelica che ci fa dire, alla fine, "siamo servi inutili"».




