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Un ritratto di Madre Teresa di Calcutta, al secolo Anjezë Gonxhe Bojaxhiu (Skopje, 1910 – Calcutta, 1997), religiosa e fondatrice delle Missionarie della Carità. Beatificata da Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003, è stata canonizzata da papa Francesco il 4 settembre 2016
Il 10 settembre 1946, mentre il treno corre verso Darjeeling, suor Teresa di Loreto avverte una chiamata che cambierà la sua vita. Ha 36 anni, insegna da quasi venti in un collegio di Calcutta e appartiene a una congregazione religiosa nella quale ha trovato la sua strada. Eppure, in quel viaggio, comprende di doverne intraprendere un’altra: lasciare il convento e andare incontro ai più poveri. Non sa ancora come farà. Sa soltanto che non può ignorare quella voce. Passeranno quasi due anni prima che possa uscire dal convento. Quando finalmente lo fa, nel 1948, indossa un sari bianco bordato d’azzurro, i colori che diventeranno il segno della sua missione. Si incammina nei quartieri più poveri di Calcutta, visita le famiglie, cura i malati, raccoglie i moribondi, insegna ai bambini. Non cerca una povertà ideale, ma quella concreta che incontra per strada: la fame, la malattia, la solitudine, l’abbandono. È qui che comincia la storia di Madre Teresa di Calcutta, la donna che il mondo imparerà a conoscere come «la piccola matita di Dio». Una storia che nasce da una scelta radicale: stare accanto a chi non ha più nessuno.


Madre Teresa di Calcutta con Giovanni Paolo II durante una udienza privata in Vaticano nel maggio 1997
(ANSA)Una bambina dei Balcani
Agnes Gonxhe Bojaxhiu nasce il 26 agosto 1910 a Skopje, allora nell’Impero ottomano e oggi capitale della Macedonia del Nord, in una famiglia albanese cattolica. È la più piccola dei cinque figli di Nikola e Drane. Il padre muore quando lei è ancora bambina e la madre assume un ruolo decisivo nella sua formazione, insegnandole la preghiera, la solidarietà e l’attenzione ai poveri.
Nella parrocchia del Sacro Cuore, affidata ai gesuiti, Agnes cresce in un ambiente nel quale la fede non è soltanto una pratica religiosa, ma una responsabilità verso gli altri. A diciotto anni sente nascere il desiderio di diventare missionaria. Nel settembre 1928 lascia la famiglia ed entra in Irlanda nell’Istituto della Beata Vergine Maria, le Suore di Loreto. In dicembre parte per l’India, dove arriva il 6 gennaio 1929.
Dall’insegnamento alla «chiamata nella chiamata»
Nel 1931 emette i primi voti e assume il nome di suor Maria Teresa del Bambin Gesù, in omaggio a santa Teresa di Lisieux. Nel 1937 pronuncia i voti perpetui e diventa Madre Teresa. Per circa vent’anni insegna storia e geografia alle ragazze del collegio di St. Mary, a Entally, nella zona orientale di Calcutta. Nel 1944 viene nominata direttrice della scuola. È una religiosa stimata, una buona insegnante, una donna organizzata e capace di guidare. Ma il 10 settembre 1946, durante il viaggio in treno verso Darjeeling per gli esercizi spirituali annuali, avverte quella che chiamerà la «chiamata nella chiamata»: lasciare il convento e vivere in mezzo ai più poveri. Non si tratta di un’improvvisa decisione personale. Segue un lungo periodo di discernimento, accompagnato dai superiori e dall’autorità ecclesiastica, prima di ricevere il permesso di iniziare la nuova missione. Nel 1948 indossa per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro, l’abito che diventerà il segno riconoscibile della sua opera. Esce dal convento e comincia a vivere nei quartieri più poveri di Calcutta. Dopo un breve corso di infermieristica, visita le famiglie, cura i malati, lava le ferite, insegna ai bambini. Non cerca una povertà ideale: incontra quella concreta, fatta di fame, malattia, solitudine e abbandono.


Fedeli in preghiera attorno alla tomba con le spoglie mortali di Madre Teresa
Una congregazione nata tra gli ultimi
Il 7 ottobre 1950 l’arcidiocesi di Calcutta riconosce ufficialmente la Congregazione delle Missionarie della Carità. La nuova comunità nasce per servire «i più poveri tra i poveri», ma la sua identità non è soltanto assistenziale. Madre Teresa vuole che ogni gesto di cura sia anche un atto di amore cristiano. La giornata delle suore comincia con la preghiera e l’Eucaristia. Poi vengono il lavoro, l’incontro con i malati, la cura dei moribondi, l’accoglienza dei bambini abbandonati. Il servizio non è separato dalla contemplazione: è il modo concreto nel quale la preghiera continua. Negli anni successivi la congregazione cresce rapidamente. Nel 1965 diventa di diritto pontificio. Nascono nuove comunità in India e poi in altri Paesi. Madre Teresa fonda anche i Fratelli Missionari della Carità, i rami contemplativi e, nel 1984, i Padri Missionari della Carità. La sua ispirazione coinvolge inoltre laici, persone malate e sofferenti, sacerdoti e collaboratori di diverse confessioni religiose.


Madre Teresa di Calcutta a Oslo il 13 dicembre 1979 dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace
(ANSA)Il volto di Cristo nei poveri
La forza della sua testimonianza sta nella semplicità di una convinzione: ogni persona, soprattutto quella rifiutata e dimenticata, porta in sé un valore che non dipende dalla salute, dal denaro, dalla condizione sociale o dalla possibilità di restituire qualcosa. Madre Teresa non parla dei poveri soltanto come destinatari di aiuto. Li considera fratelli nei quali incontrare Cristo. Per questo la sua carità non è una forma di filantropia neutrale, ma una vocazione religiosa. «Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri», dirà. La sua opera si concentra sui luoghi nei quali la società tende a non guardare: i moribondi senza famiglia, i malati, i bambini abbandonati, le persone escluse. La casa di Kalighat, aperta a Calcutta nel 1952 per accogliere i morenti, diventa uno dei simboli della sua missione. Ma il suo lavoro non si limita all’India: negli anni la congregazione apre case in tutti i continenti, anche in Paesi comunisti come l’Albania, l’Unione Sovietica e Cuba.
Una voce ascoltata dai potenti
La fama internazionale arriva soprattutto negli anni Settanta. Nel 1979 riceve il Premio Nobel per la Pace, che accetta «nel nome dei poveri». La sua presenza pubblica non è però quella di una figura soltanto rassicurante. Madre Teresa parla con forza della dignità della vita, della famiglia e della responsabilità verso chi è più fragile. Nel discorso di Oslo con cui riceve il Nobel affronta anche il tema dell’aborto, che considera una delle principali minacce alla pace. È una posizione destinata a suscitare consensi e critiche ma coerente con la sua idea che ogni vita umana sia un dono da accogliere e proteggere. Il suo intervento pubblico non si limita alle parole. Chiede ai governi di occuparsi dei poveri, insiste sulla necessità di una solidarietà concreta e ricorda che la pace non si costruisce soltanto nei trattati internazionali. Nel 2003, durante la beatificazione, Giovanni Paolo II la definirà «una delle più grandi missionarie del secolo XX», sottolineando che il suo annuncio del Vangelo passava soprattutto attraverso i gesti quotidiani di amore verso gli ultimi.


Alcuni fedeli di Calcutta pregano davanti al ritratto di Madre Teresa
La notte interiore
Dietro l’immagine della religiosa sempre sorridente, instancabile e capace di muovere il mondo, c’è anche una dimensione meno conosciuta. Le lettere pubblicate dopo la sua morte mostrano una lunga esperienza di oscurità spirituale, un sentimento doloroso di distanza da Dio, che lei stessa descrive come una «notte» dell’anima. Non è una contraddizione rispetto alla sua opera. È una parte essenziale della sua vicenda cristiana. La sua fede non coincide con un sentimento permanente di consolazione. Al contrario, la sofferenza interiore convive con la fedeltà alla preghiera, con il lavoro e con il servizio ai poveri. Giovanni Paolo II, nella biografia ufficiale per la canonizzazione, interpreta questa esperienza come una partecipazione mistica alla sete di amore di Gesù e alla desolazione dei poveri.
Una vita di carità, non di potere
Madre Teresa muore il 5 settembre 1997 a Calcutta. Il Governo indiano le riserva funerali di Stato. La sua tomba, nella Casa Madre delle Missionarie della Carità, diventa presto un luogo di preghiera e pellegrinaggio per persone di ogni fede e condizione sociale. Alla sua morte le Missionarie della Carità erano 3.914, presenti in 594 missioni in 123 Paesi. Nel 2025, secondo i dati ufficiali della Congregazione, sono diventate 5.076, con 754 missioni in 138 Paesi. Un’opera che continua a crescere, portando nel mondo il carisma di Madre Teresa: servire «i più poveri tra i poveri». La sua opera continua attraverso le religiose, i religiosi e i laici che ne condividono il carisma.
Il processo di beatificazione viene aperto nel 1999, meno di due anni dopo la morte. Giovanni Paolo II la proclama beata il 19 ottobre 2003. Il 4 settembre 2016 papa Francesco la canonizza in piazza San Pietro.


«I thirst»
Nelle cappelle delle Missionarie della Carità, accanto al Crocifisso, campeggia spesso una frase del Vangelo di Giovanni: «Ho sete». È una sintesi della spiritualità di Madre Teresa. La sete di Cristo diventa la sete dei poveri, e la sete dei poveri diventa il luogo nel quale riconoscere Cristo. La sua eredità non è soltanto una congregazione diffusa nel mondo, né il ricordo di una donna capace di parlare ai potenti. È un modo di guardare l’uomo: non come un problema da risolvere, ma come una persona da amare. È la convinzione che la carità cominci da un gesto concreto, da una mano tesa, da una presenza che non si sottrae davanti alla sofferenza. Madre Teresa ha lasciato un’immagine di santità fatta di piccoli gesti, fedeltà quotidiana e amore per gli ultimi. Una santità che non elimina la fatica, ma la attraversa. E che continua a interrogare la Chiesa su una domanda semplice e radicale: chi sono, oggi, i poveri che non vogliamo vedere?





