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Il Papa dialoga con i giovani. Sono oltre 2.500 a partecipare al Go! Franciscan Youth meeting. Una sorta di Gmg francescana con ragazzi provenienti da 35 Paesi del mondo. Gli danno il benvenuto sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in attesa della messa, la prima, ricordano i frati, celebrata da un Pontefice alla Porziuncola.
In rappresentanza di tutti, in tre gli pongono le domande. Da Zagabria, Karolina gli chiede come fare a mantenere la speranza «in un mondo che cambia rapidamente, dove molti giovani faticano a trovare punti di riferimento, a costruire relazioni autentiche e ad aprire il cuore a Dio» e a continuare portare il Vangelo «nei luoghi in cui viviamo, studiamo e lavoriamo» senza perdere «la gioia del Vangelo, la semplicità del cuore e quella vicinanza alle persone che rende credibile ogni testimonianza cristiana».
Giovanni, da Bologna, invece, chiede come riconoscere la propria vocazione, come dire un «sì pieno» in un mondo segnato dal provvisorio, un sì dal quale non tornare indietro presi dalla stanchezza e dalla fatica.
Infine Luigi, da Paternò, in Sicilia, sottolinea come i giovani spesso dicano di credere in Dio ma non alla Chiesa e chiede come poter vedere, invece, in una Chiesa anche con tutti i suoi limiti una Madre che accoglie sull’esempio di san Francesco che, anche in un’epoca dove la Chiesa era segnata da contraddizioni e difficoltà interne, prometteva «obbedienza e riverenza al signor Papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa Romana».
Papa Leone rincuora i giovani senza dimenticare le ferite da cui provengono. Come Zagabria, dove Karolina ha maturato la sua fede, anche in una «regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo. In realtà, la presenza dei francescani aveva ispirato per secoli il dialogo e aiutato la convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione», sottolinea. E aggiunge che «ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità». Di testimoniare Cristo allargando «la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio. Sottrarsi alla cultura della potenza e costruire la civiltà dell’amore non è subito compreso e accettato. Da San Francesco, però, imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia».
Chiede di ricordare cosa avvenne qui, otto secoli fa, quando i giovani si radunarono in quello che è passato alla storia come il capitolo delle stuoie. Migliaia di persone provenienti da tutta Europa che pregavano e stavano in silenzio. «Quel silenzio è il contrario della guerra, con le sue violenze, grida e crudeltà. Le stuoie di quei frati, come oggi i vostri sacchi a pelo, raccontano la pace. Ecco la Chiesa: un’assemblea di fratelli e sorelle, alla quale tutti sono invitati».
Papa Leone invita i giovani a testimoniare la luce e la bellezza della fede in un tempo in cui la tecnologia rischia di abituare le persone a relazioni sempre più mediate e meno vissute “in carne e ossa”. Da qui passa a riflettere sul tema del provvisorio: non va semplicemente condannato, perché anche la Chiesa, in passato, ricordava che tutto ciò che è terreno passa e che solo Dio rimane. Tuttavia, oggi il rischio è opposto: vivere come se nulla dovesse mai essere definitivo, evitando scelte stabili e responsabilità durature.
Secondo il Pontefice, proprio in una società segnata da cambiamenti continui, una scelta definitiva può diventare un gesto rivoluzionario. Dire un “sì” per sempre non significa chiudersi in una gabbia, ma entrare in un cammino più profondo, aperto e dinamico. L’amore, infatti, è presentato come un esodo, una strada da percorrere insieme a Dio, che dona direzione e senso alla vita. In questa prospettiva, la vocazione non è una decisione astratta o isolata, ma il modo concreto in cui ciascuno risponde alla chiamata del Signore e impara ad amare secondo il suo disegno.
La fede aiuta a smascherare l’illusione che i problemi si possano risolvere semplicemente scappando, tradendo, cambiando continuamente strada o moltiplicando esperienze, relazioni e consumi. Si può infatti fare molto, incontrare molte persone, provare molte cose, ma restare interiormente fermi. Il prezzo di questa instabilità è alto: può nascere un vuoto profondo e si corre il rischio di usare gli altri o di essere usati. Per questo il “per sempre” non è un peso, ma una grazia: Dio sostiene la fedeltà dell’uomo e la orienta verso una vita piena.
Il Papa sottolinea poi l’importanza, fin dall’adolescenza, di imparare a conoscersi, scegliere e mettersi in gioco. Questo percorso continua anche nell’età adulta, dentro le decisioni già prese e davanti a quelle ancora da assumere. Nessuno, però, deve sentirsi solo: la vocazione è un’avventura accompagnata da Dio, che guida la vita attraverso persone, incontri e comunità. Il Papa porta anche la propria esperienza personale, raccontando di essersi sentito accompagnato dal Signore nella sua vocazione di sacerdote, agostiniano, missionario e poi nella «chiamata tutta speciale di essere Papa».
La chiamata fondamentale, spiega, è sempre una chiamata alla comunione. Non si ascolta una volta per tutte, ma ogni giorno. Il peccato può oscurarla, introducendo diffidenza, competizione e sospetto nei rapporti; tuttavia ogni vocazione è anche un cammino di redenzione e guarigione. Seguire Gesù permette di riscoprire la propria dignità e quella degli altri, imparando a dare fiducia e a riceverla.
Infine affronta il tema del rapporto con la Chiesa. Riconosce che molte persone, anche oggi, hanno fatto esperienza di una Chiesa segnata da limiti, ferite e scandali, e che questo può provocare delusioni profonde o diventare un ostacolo alla fede. Tuttavia invita a tornare al desiderio di Gesù sulla Chiesa: radunare un popolo in cui siano superate le divisioni umane e in cui persone diverse possano riconoscersi fratelli e sorelle.
La Chiesa, ricorda il Papa, è chiamata a essere un luogo in cui non prevalgono il potere, la visibilità o il dominio, ma il servizio. Gesù propone infatti una logica diversa da quella dei potenti: chi vuole essere grande deve farsi schiavo. La vera forza della Chiesa non umilia, ma solleva. Per questo la Parola di Dio, i Sacramenti e l’amore fraterno diventano strumenti di trasformazione e riparazione.
Richiamando san Francesco, Leone sottolinea che ciascuno ha un ruolo nel “riparare” la Chiesa: non giudicando dall’esterno, ma partecipando con responsabilità, servendo, aiutandosi e correggendosi a vicenda. Solo così si può parlare della Chiesa con l’affetto con cui si parla di una madre, riconoscendo di appartenerle. Infine ricorda che non serve apparire migliori di ciò che si è: occorre riconoscere Cristo risorto e lasciarlo agire nella propria vita e nella storia di tutti.





