«Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su sé stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù». Papa Leone in una domenica che lui stesso definisce «piena di vita!», perché «anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù già si avvera: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”», ordina otto nuovi sacerdoti. Proprio nella disponibilità di questi «giovani che la Chiesa oggi chiede siano ordinati presbiteri», si vede generosità e speranza.

«La domenica – ogni domenica – ci chiama fuori dal “sepolcro” dell’isolamento, della chiusura, perché ci incontriamo nel giardino della comunione, di cui il Risorto è custode», riflette il Pontefice. E aggiunge che «il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione. La “vita in abbondanza”, infatti, viene a noi nel personalissimo incontro con la persona del Figlio, ma ci apre subito gli occhi su un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora ricercano, il “potere di diventare figli di Dio”».

Qui c’è il «primo segreto nella vita del prete», svela Leone. «Più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre». È un mistero vivo che, come per gli sposi, «impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie». Parla del «celibato per il Regno di Dio» che «va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo». E spiega loro che «siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale».

Spiegando il Vangelo di Giovanni, con l’irruzione di briganti «che scavalcano i limiti, non vengono “se non per rubare, uccidere e distruggere”» e che hanno una voce diversa dal Maestro. Il Papa sottolinea che «c’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga». Questo è il secondo segreto della vita del prete: «la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro». Ma non bisogna chiudersi nelle comunità, anzi bisogna continuare a impegnarsi sapendo che la salvezza «già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili». Le comunità sono «luoghi in cui il Risorto è già presente». Bisogna imparare a distinguere e a riconoscere «le sue piaghe, distinguere la sua voce». Ma saranno le stesse comunità che, spiega ai nuovi sacerdoti, «aiuteranno anche voi a diventare santi! E voi aiutatele a camminare unite dietro a Gesù buon Pastore, perché siano luoghi – giardini – della vita che risorge e si comunica. Spesso ciò che manca alle persone è un luogo in cui sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che si può vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a convergere chi altrimenti non si frequenterebbe mai, avvicinare gli opposti è un tutt’uno col celebrare l’Eucaristia e la Riconciliazione. Radunare è sempre e di nuovo impiantare la Chiesa».

E ancora spiega l’immagine del “pastore”. Chi ascolta Gesù non lo comprende e allora lui parla della porta delle pecore. «A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betzatà. Per essa entravano nel tempio pecore e agnelli, prima immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici. È spontaneo pensare al Battesimo». Gesù è la porta. «Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine parli ancora al cuore di milioni di persone. Per secoli la porta – spesso un vero e proprio portale – ha invitato a varcare la soglia della Chiesa. In alcuni casi, il fonte battesimale era costruito all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici “giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici”». Il Papa chiede a chi sta per ricevere il sacramento dell’ordine di sentirsi «parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare». Il rimprovero di Gesù, infatti è: «Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito». Lo dice a chi ha «nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere aperto a tutti».

Oggi che i numeri «sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa» i sacerdoti sono invitati a tenere «la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. È un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge».

Occorre essere «riflesso» della pazienza del Signore, «e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole».

Sul suo esempio non bisogna soffocare la libertà, mentre invece «ci sono appartenenze che soffocano, compagnie in cui è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli. Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova pascolo”. Tutti cerchiamo riparo, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta. Non per estraniarci dalla vita: la vita non si esaurisce in parrocchia, nell’associazione, nel movimento, nel gruppo. Chi è salvato “esce e trova pascolo”».

E allora bisogna essere chiesa in uscita. Il Papa chiede: «Uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse! A molti pare di non potere più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più preziosa di quella che confida: “Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome”»-