Come essere «presenza e del dialogo in una società segnata da rapidi cambiamenti e da una forte secolarizzazione»? Se lo chiedono, a 60 anni dalla istituzione della Conferenza episcopale spagnola i vescovi delle 69 diocesi che accolgono il Papa nella loro sede principale. Dopo il discorso al Parlamento Leone XIV parla alla Chiesa. Per dire che il dialogo di inserisce nel cammino «sinodale intrapreso dalla Chiesa». Un processo «di ascolto profondo» che ci fa «accogliere tutto il bene che il Signore ci dice attraverso il fratello».

Il Papa riprende le domande che la Chiesa si sta facendo attraverso i suoi Congressi che concentrano il tema su domande essenziali: «Come si possono affrontare le sfide attuali? E chi è chiamato ad accettare questa sfida?».

Prevost propone l’0immagine di un viaggio verso Dio «verso il quale alziamo lo sguardo». Per questo viaggio va evitata la tentazione di essere «ossessionati da ciò che lasciamo, luoghi, cose, forme, senza aprirci, nella docilità allo Spirito, alla novità di ciò che troviamo. A questa tentazione si aggiunge quella dei bagagli, che, per motivi simili, riempiamo con cose inutili che finiscono per essere un peso». Dalle vicissitudini dei migranti impariamo qualcosa: «una sola persona, senza radici e senza risorse, è qualcuno che soffre terribilmente e che con grande difficoltà riesce a stabilire legami solidi nel luogo in cui arriva. In questo modo, in questa prima fase del nostro viaggio, la nostra risposta alla domanda su come possiamo affrontare questa sfida che ci siamo proposti deve coniugare prudentemente libertà e coraggio, per abbandonare strutture che non ci aiutano, non rispondono o addirittura ci allontanano dal nostro fine, con la forza di conservare come un tesoro ciò che lo facilita».

Sottolinea che nel bagaglio va messo il grande patrimonio cristiano della Spagna. Un patrimonio che, «con la sua bellezza», raggiunge anche il non credente. E ancora nel bagaglio va messo «il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale».Un’altra cosa importante durante il viaggio è il comunicare. Una cosa che costa fatica «sia a causa della lingua e della cultura diverse, sia per la sfiducia verso l’ignoto, sia per le liti e incomprensioni che possono verificarsi anche tra persone vicine, ci sentiamo limitati nell’esprimerci o nel comprendere il nostro interlocutore».

E se è vero che dobbiamo abbandonare «tutto ciò che ci frena e ci allontana, ora il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino». Inoltre, come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago, nel nostro viaggio possiamo incontrare quelle immense pianure castigliane, vuote ai nostri occhi. I pochi incontri di questi pellegrini con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri, possono essere una metafora di molte situazioni sociali che purtroppo si percepiscono in alcune delle vostre realtà ecclesiali».

Anche in passato la Spagna si è trovata ad affrontare delle sfide difficili, come quando «la Chiesa dovette ricostruire la sua presenza nelle zone di terra devastata, ed emersero modelli di evangelizzazione che poi furono esportati in America». Oggi quei modelli possono aiutarci «a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi»,

Il Pontefice punta a una Chiesa in uscita, capace di missione e riorganizzazione ecclesiale. Di riconoscere che «anche i linguaggi in questa era digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate, ma lo spirito deve rimanere». E i punti essenziali di questo spirito sono «la capacità di comunicare, di parlare con ogni realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per capire, ma per condividere». In secondo luogo la Chiesa «è la chiamata a creare realtà capaci esse stesse di comunicare la propria esperienza di fede» attraverso l’«ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza».

In un tempo di contrapposizioni e polarizzazioni sempre più dure alla Chiesa è chiesto di testimoniare «unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore».

In questa composizione il ministero del vescovo «assume una responsabilità peculiare. Siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune».

La missione dei vescovi è «custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure». Una Chiesa riconciliata, inoltre, sarà anche in grado di «parlare con maggiore libertà ai fratelli di altre confessioni cristiane e di altre religioni, a coloro che non credono, alle autorità civili e a tutti gli uomini di buona volontà che lavorano per il bene comune».

Un’altra sfida è quella della «difficoltà di assumere impegni definitivi e di prendere decisioni vitali. In tanti giovani, e non solo in loro, la domanda: “Per chi sono?” risuona come una ricerca sincera di senso, di appartenenza e di dono. Il cuore umano non si colma accumulando esperienze, possibilità o garanzie provvisorie: si colma quando scopre una chiamata, quando comprende che la vita raggiunge la pienezza solo se donata».

Allora la pastorale vocazionale «non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita».

Tornando all’immagine del viaggio il Papa ricorda che «i pellegrini del Cammino di Santiago

sanno bene che nello zaino deve essere caricato solo l’essenziale». Per questo, nel contesto vocazionale attuale «va detto che la conservazione delle strutture non può prevalere sul bene della vocazione. I seminaristi hanno diritto alla migliore formazione possibile e la Chiesa, dal canto suo, ha diritto a sacerdoti ben formati. Il criterio affinché i seminari siano autentici case di formazione è che garantiscano un’adeguata esperienza di vita comunitaria; che abbiano formatori totalmente dedicati allo studio e all’insegnamento, con esperienza nell’accompagnamento spirituale; e che dispongano di Centri Superiori di Teologia dotati dei mezzi necessari per svolgere la propria funzione. A tal fine, è essenziale, oltre a unire le forze, imparare a lavorare insieme nella gestione di queste sfide».

Bisogna anche valorizzare la vocazione laicale. «Vediamo come in molte opere, tradizionalmente gestite da religiosi, si ricorra a collaboratori laici per poter continuare a svolgere il lavoro. È una difficoltà che possiamo trasformare in opportunità di incontro, di dialogo e di comunicazione. Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge ad assumere responsabilità come cristiani, interiorizzandone lo spirito, sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che l’hanno realizzata».

Il cammino, inoltre, è fatto di incontri, in particolare con chi è ferito. Il Papa parla dei momenti di oscurità, in particolare di quello più doloroso di tutti, quando si incontra «coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione».

Una logica che vale anche per quanti portano nel cuore «una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire, come Pietro e Giovanni al paralitico accanto alla porta del tempio, il tesoro che le è stato affidato: Gesù Cristo, nel cui nome l’uomo può alzarsi e camminare».

Occorre restituire a ogni persona «la convinzione di essere amata».

Infine il Pontefice ricorca che «la forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli, dalla comunione dei suoi pastori, dalla fedeltà umile e perseverante di chi si lascia guidare dallo Spirito». Chiede di guardare a san Giovanni d’Ávila, patrono del clero spagnolo per accompagnare il clero. «Il nostro camminare con loro dovrebbe trasmettere il valore di quella essenza: essere presbiteri innamorati di Cristo, radicati nella preghiera, fedeli alla Chiesa, vicini al popolo e capaci di unire dottrina solida, zelo apostolico e carità pastorale. Presbiteri che trovino nel vescovo non solo un’autorità riconosciuta, ma un padre che li accompagna; e negli altri sacerdoti fratelli con cui condividere le fatiche e le gioie di questa peregrinazione piena di incontri, in cui tutti cerchiamo Cristo».