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Il blocco di ghiaccio si scioglie mentre il Papa parla. La ciotola davanti a lui viene riempita con l'acqua simbolo delle lacrime del mondo. L’incontro Raising Hope, suscitando speranza, organizzato dal Movimento Laudato sì’ - in collaborazione con molte realtà ecclesiali e sociali - per celebrare i dieci anni dell’enciclica di papa Francesco sull’ecologia integrale, rende, anche plasticamente, l’immagine di un pianeta in disfacimento. Eppure, mentre i cambiamenti climatici infieriscono, mentre le guerre causano sempre più povertà, morte e sofferenza, ci sono ovunque scintille di speranza. «Non sono stati facili questi dieci anni di cammino» dicono gli organizzatori guardando al futuro e a quell’incontro della Cop che avverrà a novembre in Brasile, alle porte di quella foresta amazzonica, polmone del mondo, ferocemente attaccata da sfruttatori senza scrupoli, incendi, disboscamenti.
Papa Leone torna a Castel Gandolfo ancora una volta, al centro Mariopoli , dopo essere stato nelle ville pontificie, per incontrare i partecipanti al simposio internazionale.
Risuona, nelle sue parole, quel richiamo al «dov’è tuo fratello?» che già papa Francesco aveva gridato quando a Lampedusa aveva toccato con mano il dramma dei migranti morti in mare. E oggi Leone ritorna a quel brano della genesi rivolgendo, al termine del suo discorso, a ciascuno la domanda delle domande quando «Dio ci chiederà se abbiamo coltivato e custodito bene questo mondo che Egli ha creato, a beneficio di tutti e delle generazioni future, e se ci siamo presi cura dei nostri fratelli e sorelle. Allora, che cosa risponderemo?».
Il Pontefice incoraggia il Movimento Laudato si’ e ricorda che «fin dagli inizi ha accompagnato la diffusione e l’implementazione del messaggio di Papa Francesco. Questa Enciclica ha fortemente stimolato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà, diventando spunto per dialoghi e gruppi di riflessione, programmi scolastici e universitari, collaborazioni e progetti di vario tipo in ogni continente. Tante Diocesi e numerosi Istituti religiosi si sono lasciati ispirare per azioni di attenzione alla casa comune, che aiutino al tempo stesso a rimettere al centro i poveri e gli esclusi. L’impatto è giunto ai vertici internazionali, agli ambiti dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, a quelli economici e imprenditoriali, come pure agli studi teologici e bioetici. Il linguaggio della “cura della casa comune” è stato incorporato nei dibattiti accademici, scientifici e politici».
Prima di entrare in aula il Pontefice si era intrattenuto con Arnold Schwarzenegger. Ospite della conferenza, l’ex governatore della California ricorda, parlando prima di Leone, ha incoraggiato a lavorare insieme perché «insieme ce la possiamo fare. La Chiesa cattolica ha un miliardo e 400 mila credenti, 400mila sacerdoti, 600 mila suore, 200 mila chiese. Pensateci quanta forza, quanto potere rappresentato anche dal nostro movimento ambientalista per porre fine all’inquinamento». Ricorda che quando era stato eletto non era un ambientalista. Anzi, «guidavo gli Hammer, che allora inquinavano tanto». Poi, però, ha sentito che «Dio mi dava un'opportunità in merito alla questione dell'ambiente e mi sono seduto con centinaia di scienziati e mi sono istruito. Ho capito quante persone ogni anno morivano a causa dell'ambiente e ho capito che bisogna fare la differenza». E dunque, anche se l’amministrazione Bush cercava di fermare le leggi Californiane in favore dell’ambiente, «siamo andati avanti comunque. La California ha la normativa più rigida in fatto ambientale e siamo la quarta economia per crescita nel mondo, anche se ci dicevano che le nostre leggi avrebbero rovinato l’economia. E poi mi dicevano che non si poteva fare perché il Governo Bush era contrario. Ma quando il governo federale ci fermava adivamo alle vie legali, fino alla Corte suprema che ha deliberato che noi avessimo ragione e quindi abbiamo battuto il governo federale. Mai arrendersi, non usiamo il governo federale come scusante». E quindi anche adesso non è Trump che può fermare l’innovazione a difesa dell’ambiente. «Dobbiamo fare tutto quello che possiamo perché a livello locale la domanda è cosa fa il sindaco, la giunta, il senato dello Stato, le università, le scuole. Dobbiamo chiederci cosa può fare ciascuno di noi». Spiega l’importanza della comunicazione perché solo quando, in California, era andato in onda uno spot con un bambino che non riusciva a respirare a causa dell’inquinamento il 60 per cento della popolazione si è resa conto del pericolo e ha appoggiato le nuove leggi». Bisogna «lasciare un mondo migliore ai nostri figli», insiste.
Ed è quello che sottolinea anche papa Leone. Andare avanti perché «se c'è una inazione su questi temi siete voi che lavorate insieme a fare la differenza». Ricorda le preoccupazioni e raccomandazioni di papa Francesco che «sono state apprezzate e recepite non solo dai cattolici. Moltissimi, anche fuori dalla Chiesa, si sono sentiti capiti, rappresentati e sostenuti in questo preciso periodo storico. In particolare, la sua analisi della situazione, la proposta del paradigma dell’ecologia integrale, l’insistente richiamo al dialogo, l’appello ad affrontare le cause profonde dei problemi e a “unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale” hanno suscitato vasto interesse». Ma poi sembra quasi rispondere al presidente Trump, che aveva ridicolizzato, nel discorso alle Nazioni Unite quanti si battono per preservare l’ambiente. «Negli anni siamo passati da una fase di comprensione e studio dell’Enciclica, a un’altra di implementazione», spiega. Aggiungendo: «Ora, che cosa occorre perché la cura della casa comune e l’attenzione al grido della terra e dei poveri non appaiano come una moda passeggera o, peggio ancora, siano visti e sentiti come temi divisivi? L’Esortazione apostolica Laudate Deum, pubblicata due anni fa, notava che, dopo Laudato si’, “non sono mancate le persone che hanno cercato di minimizzare” i sempre più evidenti segni del cambiamento climatico, di “porre in ridicolo chi parla di riscaldamento globale” e persino di incolpare i poveri di ciò che più degli altri essi subiscono”». Allora è importante una vera «conversione ecologia» che torni al cuore. «Occorre passare dal raccogliere dati al prendersi cura; da discorsi ambientalisti a una conversione ecologica che trasformi lo stile di vita personale e comunitario», sottolinea Leone. «Per chi crede, si tratta di una conversione non diversa da quella che ci orienta al Dio vivente, perché non si può amare il Dio che non si vede disprezzando le sue creature, e non ci si può dire discepoli di Gesù Cristo senza partecipare del suo sguardo sul creato e della sua cura per ciò che è fragile e ferito».
Ritorna alla descrizione di San Francesco fatta dal suo predecessore: «Viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con sé stesso. In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore». E auspica che «ciascuno di noi possa crescere in queste quattro direzioni: con Dio, con gli altri, con la natura e con sé stesso, in un atteggiamento costante di conversione. L’ecologia integrale vive di tutte queste dimensioni: impegnandoci in esse possiamo accrescere la speranza, attuando l’impostazione interdisciplinare della Laudato si’ e la chiamata all’unità e alla collaborazione che ne scaturisce. Siamo un’unica famiglia, con un Padre comune che fa sorgere il sole e cadere la pioggia su tutti; abitiamo un medesimo pianeta, del quale dobbiamo avere cura insieme. Rinnovo dunque un forte appello all’unità attorno all’ecologia integrale e per la pace!». Loda la collaborazione tra tutti perché «la società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve fare pressione sui governi perché sviluppino normative, procedure e controlli più rigorosi. Se i cittadini non vigilano sul potere politico – nazionale, regionale e municipale –, non è possibile contrastare i danni ambientali. Inoltre, le legislazioni municipali possono essere più efficaci se ci sono accordi tra popolazioni vicine per sostenere le medesime politiche».
Dunque auspica che «i prossimi vertici internazionali – penso alla trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), alla sessione del Comitato per la sicurezza alimentare della FAO e al vertice sull’acqua che l’ONU sta organizzando per il 2026 – possano ascoltare il grido della Terra e il grido dei poveri, il grido delle famiglie, dei popoli indigeni, dei migranti involontari, dei credenti di tutto il mondo. Al tempo stesso» incoraggia «tutti, soprattutto i giovani, i genitori e quanti operano nelle amministrazioni locali e nazionali e nelle istituzioni a dare il loro contributo alla “sfida culturale, spirituale ed educativa”, mirando sempre e tenacemente al bene comune. Non c’è spazio per l’indifferenza né per la rassegnazione».
Anche perché, come ha sottolineato, nel presentare la Conferenza, il cardinale Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre, presidente della Conferenza episcopale del Brasile e del Celam, «dobbiamo ricordare che il pianeta può sopravvivere senza di noi, ma noi non possiamo sopravvivere senza il pianeta».





