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Papa Leone XIV celebra la Messa al porto di Rimini.
«Riposarsi non vuol dire separarsi da sé stessi», ma «Incontrarsi con sé stessi e riconciliarsi con il proprio intimo». È da queste parole di san Giovanni Paolo II, pronunciate proprio a Rimini nel 1982, che Papa Leone XIV parte per consegnare alla città adriatica delle spiagge e del divertimento una riflessione sul significato autentico del ristoro e del riposo.
Nella Messa celebrata al porto di Rimini, al termine di una giornata che lo ha visto prima nella Repubblica di San Marino e poi al Meeting per l’amicizia fra i popoli, il Pontefice mette al centro dell’omelia il ritorno all’essenziale: dentro di sé, nel rapporto con Dio e nella relazione con gli altri.
«Il mondo in cui viviamo offre tante forme di svago», osserva Leone XIV, ma alcune «portano piuttosto alla dispersione e alla rovina che non a un vero “tornare in sé”, e lasciano il vuoto nel cuore». È una delle immagini più forti dell’omelia. Il Papa mette in discussione l’idea stessa di “evasione”, parola utilizzata spesso per indicare il bisogno di staccare dalla vita quotidiana. «C’è chi le chiama “evasione”, come se la vita ordinaria fosse una prigione da cui fuggire».
Per il cristiano, invece, il riposo non può coincidere con una fuga. Il ristoro autentico non si cerca nel rumore o nella dispersione, ma in profondità: «Il luogo più vero in cui trovare ristoro, in cui incontrare Dio per incontrarci davvero tra noi, non è fuori, nel caos, ma dentro di noi, nel profondo dell’anima».
È un messaggio che a Rimini assume un significato particolare. Città di turismo, vacanze e accoglienza, la località romagnola viene invitata dal Papa a custodire e sviluppare una vocazione che non si fermi al divertimento e al benessere fisico, ma sappia offrire anche «ristoro per lo spirito».
Leone XIV incoraggia la Chiesa riminese a continuare a rendere questo territorio «accogliente, oltre che per il ristoro e il divertimento, anche per lo spirito». Un’accoglienza che deve tradursi in gesti concreti: nell’ospitalità personale e delle strutture, nella cura delle chiese, nel raccoglimento, nella disponibilità all’aiuto e alla carità.
E il pensiero va sia a chi arriva sulla costa per concedersi «un meritato tempo di riposo dopo un anno di lavoro», sia a coloro che cercano qualcosa di assai più urgente: «Chi, ferito nel corpo e nello spirito, chiede rifugio, cibo e assistenza lontano dalla propria terra».
Ma il tema del ristoro è soltanto uno dei fili dell’omelia. Al centro della celebrazione resta la domanda di Gesù ai discepoli nel Vangelo di Matteo: «Voi, chi dite che io sia?». Alla risposta di Pietro — «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» — il Papa lega il senso della presenza cristiana nel mondo.
Dopo duemila anni, afferma Leone XIV, i credenti sono ancora chiamati a rinnovare quella professione di fede. E la fede conduce immediatamente a una precisa concezione del potere e dell’autorità: quella del servizio.
Gesù è il Dio «che si mette al servizio dell’uomo», il Maestro che lava i piedi ai discepoli, il Pastore che dà la vita per il proprio gregge. Per questo anche il gesto con cui Cristo consegna a Pietro le chiavi deve essere letto nella stessa luce: «Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio».
Un principio che riguarda innanzitutto «il Papa, i vescovi, i sacerdoti e i diaconi», ma che coinvolge l’intero Popolo di Dio, ciascuno secondo la propria vocazione.
A questo proposito Leone XIV ricorda una figura fortemente legata alla Chiesa riminese, il Servo di Dio don Oreste Benzi, citandone le parole sulla necessità di lasciarsi conformare a «Cristo povero», a «Cristo servo» e a Cristo che vive in mezzo agli uomini attraverso «una forma di condivisione diretta a partire dagli ultimi».
Anche la missione evangelica di «legare» e «sciogliere», spiega il Papa, non si esaurisce nell’esercizio dell’autorità ecclesiale. Diventa lo stile stesso del cristiano: «Abbracciare, riunire, accogliere, liberare, perdonare, emancipare» quanti sono prigionieri del peccato e delle sue conseguenze.
Alla responsabilità nell’uso del potere è dedicato anche il richiamo alla prima lettura e alla figura biblica di Sebna, il funzionario al quale il re Ezechia aveva affidato un progetto di rinnovamento di Gerusalemme e del regno di Giuda. Un uomo che, però, per «ambizione e avidità» finì per utilizzare il potere a proprio vantaggio, accumulando ricchezze «per sé e per la sua cerchia di amici e parenti» e «spadroneggiando sulle persone».
Sebna, osserva Leone XIV, aveva dimenticato il vero scopo dell’autorità ricevuta: non il possesso dei mezzi economici o del potere, ma la possibilità di utilizzarli per «promuovere un disegno di rinascita per il bene di tutta la comunità». Per questo viene sostituito da Eliakim, uomo «onesto e libero da condizionamenti».
La lezione che il Pontefice ne ricava è netta: «Tutto ciò che siamo e abbiamo è dono di Dio», affidato agli uomini affinché possano diventare «gli uni per gli altri strumenti di salvezza nella giustizia».
Un compito che non riguarda soltanto le grandi scelte pubbliche, ma comincia «dai luoghi e dalle persone con cui viviamo e lavoriamo ogni giorno», per poi aprirsi «con un cuore grande» al mondo intero.
Leone XIV dedica quindi un passaggio alla Romagna e alla sua gente, richiamandone «onestà, gratuità, benevolenza» e descrivendola come «schietta e di indole gioviale, laboriosa e solidale». Ricorda i santi e i beati nati in questa terra, la tradizione di carità e di testimonianza evangelica e il lavoro che ancora oggi viene portato avanti nelle parrocchie, nelle famiglie, nell’Azione Cattolica, nei movimenti, nelle associazioni e nelle opere di assistenza e formazione cristiana.
Una ricchezza umana e spirituale che, secondo il Papa, si affianca alle bellezze della costa e dell’entroterra e contribuisce alla capacità di attrazione di questa terra.
È proprio qui che il discorso torna al suo punto forse più suggestivo: che cosa significa davvero riposare?
Rievocando Giovanni Paolo II, Leone XIV propone una risposta controcorrente rispetto a una cultura che spesso identifica il tempo libero con la distrazione da sé stessi. Il riposo non è smettere per qualche giorno di essere ciò che siamo. Non è cancellare la vita quotidiana né considerarla una prigione dalla quale scappare.
È, al contrario, «tornare in sé».
Significa ritrovare il proprio centro, riconciliarsi con la propria interiorità, riaprire uno spazio al rapporto con Dio e, proprio attraverso questo, ritrovare una relazione più vera con gli altri.
Da qui la missione che il Papa consegna alla comunità cristiana riminese: offrire non soltanto luoghi nei quali riposare il corpo, ma anche spazi nei quali l’uomo possa ritrovare sé stesso.
Alla fine dell’omelia Leone XIV riprende alcune parole indicate dal vescovo di Rimini, monsignor Nicolò Anselmi, nella sua lettera pastorale: «La preghiera, l’unità, l’ascolto, il coraggio, la semplicità, la gratitudine, la bellezza». Atteggiamenti che, ricorda il Papa, devono essere presenti «in ogni frammento della vita».
È con questo invito che si conclude una giornata storica. Dopo San Marino e il Meeting, la Messa al porto diventa così il momento del raccoglimento. Quasi la traduzione concreta di quelle stesse parole appena pronunciate: dopo gli incontri, le folle e gli appuntamenti, il vero ristoro è ritornare dentro di sé per riconoscere ciò che dà senso a tutto.




