PHOTO
Papa Leone riceve l’applauso dei parlamentari al termine del suo discorso alla sessione congiunta delle Cortes Generales, al Congresso dei Deputati di Madrid, durante la visita ufficiale in Spagna. Madrid, 8 giugno 2026.


Il discorso del Papa al Parlamento spagnolo non era d’occasione e può essere annoverato tra i testi magistrali di un pontificato, come alcune encicliche, come il discorso di Paolo VI all’Onu, o quello di Benedetto XVI al Collège des Bernardins a Parigi. Parlava a una Spagna che ha mostrato negli ultimi decenni di voler recidere, spesso con rabbia, le radici di una storia che l’ha vista esibire il vessillo di “cattolica”. Rigettando le contraddizioni, le colpe, ma anche tutto il bene della sua identità.
Il Papa ha invece ricordato la sua identità, senza timore di una parola che si usa con parsimonia o con fastidio. Ha citato Cervantes e Teresa d’Avila, ha parlato dell’assunzione di responsabilità, culturale e giuridica, delle antiche università, soprattutto per la concezione dell’unicità e inviolabilità della persona e perché ciò che è legale e stabilito sia giusto per la persona e per il bene della comunità. Di più: ha detto che la dignità dell’uomo, dal bambino non ancora nato al più vecchio e malato, «precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento»; che la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, «nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità». E ha elencato i beni primari di una civiltà: la difesa della vita, ogni vita; la centralità della famiglia, «prima realtà umana e fondamento naturale della comunità»; la libertà di educazione, «secondo i principi e le convinzioni morali, spirituali e religiose»; l’accoglienza e l’integrazione dei bisognosi, dei migranti, favorendo il diritto a rimanere nella propria terra e «operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica»; la ricerca di una concordia che attraverso il dialogo ripudi la forza delle armi e costruisca la pace. E ha ricordato la vocazione dell’Europa a partire dalla memoria di cosa costituisce l’Europa stessa: senza escludere la fede, che non può essere relegata all’ambito privato, «come se fosse irrilevante per la vita pubblica». Ha invitato accoratamente ad alzare lo sguardo, con la memoria delle proprie radici.
Quest’uomo che viene da un continente lontano, e povero di memoria, ha riproposto la necessità di un umanesimo integrale, ha rifondato il compito di quest’Europa divisa e immemore; per molto meno, non troppo tempo fa, sono stati discriminati con disprezzo politici e Papi. Ma i tempi cambiano, e in modo opportuno e inopportuno bisogna parlare quando è necessario. In tempi cattivi, o almeno affatto buoni a ben guardarsi intorno, «noi siamo i tempi, e così come siamo noi, così sono i tempi». E i tempi chiedono coscienza, incontro, cultura, solidarietà e speranza, fermezza di convinzioni e spirito di servizio. Ancora una volta, nella povertà di voci che parlino alla mente e al cuore, la Chiesa è faro di civiltà e speranza per tutti, credenti e non. Che almeno i credenti ascoltino le sue parole.




