Ci sono giorni in cui anche la geografia sembra farsi messaggio evangelico. Leone XIV comincia in alto, in quel piccolo Stato abbarbicato sul monte Titano che da secoli rivendica orgogliosamente la propria “Libertas”. Scende poi nella grande pianura della Fiera di Rimini, in mezzo alle decine di migliaia di persone del Meeting di Comunione e liberazione, e conclude davanti al mare, al porto, celebrando l’Eucaristia mentre il giorno declina e il tramonto infiamma l’orizzonte dell’Adriatico.

Un monte, una piazza, un popolo, il mare. E tre parole che, a ben guardare, tengono insieme l’intera, storica visita pastorale del Papa: convivenza, responsabilità, interiorità.

A San Marino Leone XIV ha compiuto un’operazione apparentemente paradossale. È andato in uno degli Stati più piccoli del mondo per parlare al mondo intero. Ha preso una Repubblica che potrebbe sembrare, agli occhi della grande geopolitica, poco più di un prezioso e pittoresco reperto della storia europea famoso per i suoi francobolli e altre amenità, e l’ha indicata invece come un possibile «laboratorio» di buona politica: uno Stato «a misura d’uomo», dove la prossimità delle istituzioni può rendere la democrazia più concreta e la politica più vicina ai bisogni delle persone.

È una convinzione che Leone aveva già manifestato il 28 marzo scorso visitando un altro minuscolo Stato europeo, il Principato di Monaco. Anche allora aveva parlato del «dono della piccolezza», di una terra chiamata proprio per le sue dimensioni a coltivare l’incontro e l’amicizia sociale; e ai giovani monegaschi aveva detto che «Monaco è un Paese piccolo, ma può essere un grande laboratorio di solidarietà». Chi lo criticava per essere approdato in un paradiso fiscale di ricchi non ha sentito le sue parole durissime contro quel liberismo selvaggio che sembra non avere più limiti e che crea diseguaglianze inaccettabile. E quale altro luogo si prestava a un discorso del genere, a un invito, a un richiamo, a un’esortazione a creare un mondo in cui il benessere venga redistribuito per chi ha fame di giustizia? Non è un dettaglio.

Forse i piccoli Stati, proprio perché non possono permettersi illusioni di potenza, conservano più facilmente il senso originario della polis: una comunità di uomini prima ancora che un apparato, una rete di relazioni prima ancora che una macchina amministrativa. Possono diventare luoghi nei quali sperimentare su scala umana ciò che nelle grandi nazioni rischia di perdersi nella distanza fra governanti e governati.

San Marino, Monaco: piccoli, persino pittoreschi agli occhi frettolosi del turista, eppure proprio per questo potenziali modelli di quella politica che non nasce dalla forza ma dalla convivenza.

Sul Titano, Leone XIV ha smontato anche l’equivoco contemporaneo sulla libertà. Essere liberi non significa semplicemente non dipendere da qualcun altro. La Libertas non coincide con l’autosufficienza, né per una persona né per una nazione. «La libertà si realizza nel dono, nella comunione, nell’incontro e nel dialogo», ha detto. E libertà e comunione, nella visione cristiana, «stanno o cadono insieme». Simul stabunt simul cadent.

È la teoria cristiana dello Stato. Una nazione non è davvero libera quando può fare ciò che vuole, ma quando crea le condizioni perché ogni uomo possa essere rispettato nella propria dignità e nella propria coscienza. Per questo la piccola Repubblica può diventare grande: non per l’estensione dei suoi confini, ma per la qualità umana della convivenza che riesce a costruire.

Poi il Papa è sceso dal Titano ed è arrivato al Meeting.

E qui il discorso si è fatto ancora più delicato. Perché con il popolo cresciuto nell’esperienza di Comunione e Liberazione Leone XIV ha manifestato una sintonia evidente, quasi familiare, senza però distribuire indulgenze o patenti di buona condotta.

Ha ripreso parole che appartengono al lessico profondo di don Giussani: incontro, avvenimento, persona, domanda di senso, libertà, «rischio educativo». Ha ricordato Giovanni Paolo II, che con il “Gius” aveva un rapporto di affetto e che nel 1982, proprio al Meeting, aveva esaltato quelle parole allora quasi profetiche: «incontro», «amicizia», «amicizia tra i popoli». E ha riconosciuto che il Meeting non è diventato negli anni una «enclave», un recinto identitario, ma un «crocevia per la Chiesa e per la società».

È stato, in qualche modo, un abbraccio.

Andrea Dellabianca, presidente della Compagnia delle Opere, lo ha percepito con chiarezza: «Ci siamo sentiti compresi dentro la vita della Chiesa». Quasi la conferma che quella storia nata da don Giussani, attraversata da entusiasmi, opere, intuizioni ma anche da crisi e passaggi difficili, continua a essere una storia dentro la comunità dei fedeli.

Leone lo ha detto senza giri di parole: «Cari amici, amate sempre la Chiesa». E lo ha ripetuto forte degli appalusi che si levavano dall’auditorio. Ha chiesto di custodire l’unità della «compagnia» attraverso la quale Cristo ha raggiunto ciascuno, ma anche l’unità con le Chiese locali, con la Sede Apostolica e con il Successore di Pietro.

Ma un abbraccio, quando viene da un padre, contiene anche una richiesta. Ed è forse questa la frase che meglio riassume la tappa riminese: «È l’ora della responsabilità».

Chi ha ricevuto molto deve dare molto.

Chi ha ricevuto una tradizione, una comunità, un’educazione, non può trasformarle in una tana nella quale difendersi da un mondo diventato ostile. Il Papa invita i movimenti a essere esattamente il contrario: «un trampolino» dal quale tuffarsi nella realtà. Chiede ai giovani di uscire incontro a tutti, di superare appartenenze troppo ristrette, di incontrare chi è diverso per cultura, sensibilità, provenienza e soprattutto chi è povero, fragile, marginale.

Qui sta il passaggio decisivo. Leone XIV non chiede a Comunione e Liberazione di essere meno se stessa. Le chiede di esserlo di più, proprio aprendosi. L’identità cristiana non è una fortezza. È una responsabilità. Nella scuola, nella cultura, nella famiglia. Nell’impresa. Nei rapporti di lavoro. Nelle decisioni economiche. Nella politica.

E qui il Papa tocca un tema che gli è molto caro. «Liberiamo il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte», afferma. Chiede di smascherare i rapporti di potere ingiusti, di «disarmare» la tecnologia quando diventa distruttiva, di opporre alla cultura della potenza il «realismo della misericordia». Di non rispondere al male con altro male. Il pensiero corre a Gaza, dove si è risposto al male con altro male, all’Ucraina, alle tante guerre che infestano il mondo.

Ed è qui che la giornata di Leone XIV compie l’ultimo movimento.

Dopo la politica di San Marino e la comunità del Meeting, il Papa arriva al porto e sposta lo sguardo dentro l’uomo.

Rimini è una delle capitali italiane della vacanza, dello svago, del divertimento. Ma proprio qui Leone recupera una parola antica: ristoro. E la sottrae al significato superficiale che le abbiamo dato. Riposarsi, aveva detto Giovanni Paolo II proprio a Rimini nel 1982, «non vuol dire separarsi da sé stessi». Significa, al contrario, «incontrarsi con sé stessi e riconciliarsi con il proprio intimo».

Leone riprende quella lezione e la porta nel nostro tempo, quello che ha fatto dell’evasione quasi un imperativo. Evadere dal lavoro, evadere dalla fatica, evadere dai problemi, evadere perfino da noi stessi. Purché ci sia rumore abbastanza da non ascoltare ciò che abbiamo dentro.

Ma se la vita ordinaria viene vissuta come una prigione dalla quale scappare appena possibile, c’è qualcosa che non funziona. Il vero riposo, dice il Papa, è un «tornare in sé». Non fuori, «nel caos», ma «dentro di noi, nel profondo dell’anima». Non è una fuga dalla realtà, bensì un rientrare nella realtà più profonda. Un movimento di interiorizzazione, quasi di riconquista di se stessi, nel quale incontrare Dio diventa anche la condizione per tornare a incontrare davvero gli altri.
E allora i tre momenti della giornata si ricompongono.

La buona politica di San Marino parte dalla persona. La responsabilità affidata al popolo del Meeting parte dalla persona. Il ristoro invocato sul porto di Rimini riporta alla persona.

È questa forse la cifra più profonda della visita di Leone XIV. Nel tempo dei giganti del capitalismo – delle potenze militari, delle multinazionali tecnologiche, dei mercati globali, degli algoritmi che pretendono di sapere che cosa desideriamo prima ancora che lo sappiamo noi – il Papa sceglie i piccoli.

Un piccolo Stato può insegnare qualcosa alle grandi nazioni. Una comunità cristiana può diventare un lievito dentro una società se rinuncia alla tentazione di chiudersi. Un singolo uomo può cominciare a cambiare il mondo se ritrova il coraggio di scendere dentro se stesso.

Non è un programma modesto.

È, al contrario, una scommessa enorme cui siamo chiamati tutti, in particolare i cristiani.