Troppo spesso il progresso corre troppo in fretta e dimentica qualcuno per strada, un lavoro che perde dignità, una tecnologia invece di avvicinare divide, da comunità intere scoprono di non avere più un posto nel futuro.

È da qui che Papa Leone XIV parte parlando ai partecipanti all’incontro “Fratelli tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud”, ricevuti nella Sala del Concistoro. Una sessantina di persone provenienti da mondi diversi: vescovi del Consiglio Episcopale Latinoamericano e dei Caraibi, della Conferenza Ecclesiale Amazzonica e della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, ma anche rappresentanti di organismi internazionali, banche regionali di cooperazione, imprese, fondazioni, sindacati, università e reti ecclesiali.

«Il dialogo vero esige qualcosa di più della cordialità», afferma Leone XIV: significa continuare a parlarsi anche quando emergono interessi contrapposti e quando trovare un accordo comporta «rinunce concrete».

È una delle parole chiave del discorso: responsabilità. Nessuno può governare da solo le trasformazioni che stanno cambiando le nostre società. Non può farlo la politica da sola, non possono farlo le imprese, la scienza, le università e neppure la Chiesa. Occorre invece ritrovare quella responsabilità condivisa che la Dottrina sociale della Chiesa ha elaborato nel tempo e che Papa Francesco, nella Fratelli tutti, ha chiamato «amicizia sociale».

Leone XIV pone la questione con una domanda che precede tutte le altre. Davanti allo sviluppo tecnologico, spiega, non basta domandarsi se accettare o respingere un nuovo strumento. Bisogna chiedersi quale umanità vogliamo costruire e quale posto avrà, dentro quell’umanità, ogni persona.

È qui che torna l'immagine biblica di Babele. Si può costruire una torre gigantesca, confidando nella propria potenza, oppure una città nella quale Dio e l'uomo possano abitare insieme. Il discrimine non è la quantità di innovazione prodotta, ma l'uso che se ne fa.

Per questo il progresso non può essere considerato tale se aumenta le disuguaglianze, se il lavoro perde valore, se alcuni diventano superflui. La Dottrina sociale, ricorda il Pontefice, non consegna ricette già scritte alla politica o all'economia. Offre piuttosto criteri di discernimento. E uno di questi è decisivo: un sistema sociale, economico e politico può dirsi davvero umano soltanto quando permette a tutti, soprattutto ai più fragili, di vivere in modo pienamente umano, senza lasciare nessuno indietro.

È un criterio che rovescia anche il modo di misurare il consenso. Non basta contare quanti sostengono una decisione. Occorre domandarsi chi quella decisione protegge, e soprattutto quali conseguenze avrà per chi ha meno strumenti e meno potere per difendersi.

Da qui nasce una delle immagini più efficaci dell'intervento, utilizzata anche nella Magnifica Humanitas. Quella del profeta Neemia davanti alle mura distrutte di Gerusalemme. Neemia ascolta la sofferenza del popolo, comprende che cosa occorre fare, cerca le risorse e mette insieme uomini capaci di ricostruire. Non agisce da solo.

Così dovrebbe accadere oggi. Leone XIV chiede ai presenti di entrare nei «cantieri della storia»: laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, mezzi di comunicazione, istituzioni, comunità locali. Luoghi nei quali occorre «rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto». Perché anche nel nostro tempo, ammonisce, «grandi edifici crollano» quando il progresso smette di servire la persona.

Non è dunque un discorso contro la modernità. Al contrario. Il Papa invita espressamente ad ascoltare i segni dei tempi e ad accogliere il contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane. Ma chiede che l'innovazione torni a rispondere a una domanda antica quanto l'uomo: a chi serve ciò che stiamo costruendo?

In questo quadro anche le differenze possono diventare una risorsa. «Non abbiate paura», ripete Leone XIV facendo propria un’esortazione tante volte pronunciata dai suoi predecessori. Le tensioni non devono necessariamente produrre divisione. Possono trasformarsi in «energie creative», a condizione che vengano orientate verso una responsabilità comune.

Non è un passaggio secondario in un'epoca segnata, come osserva il Pontefice, da narrazioni polarizzate che trovano immediata amplificazione e dalla tentazione di trasformare lo scontro in uno strumento di potere. Ascoltare chi la pensa diversamente, insegna l'esperienza sinodale della Chiesa, non significa cancellare le differenze. Significa riconoscerle, discernerle e cercare proprio a partire da esse qualcosa che possa servire al bene di tutti.

Per questo Leone XIV arriva a pronunciare una parola spesso considerata poco nobile nella stagione delle contrapposizioni assolute: negoziare.

La negoziazione, dice, appartiene a quella «migliore politica» capace di mettere il bene comune davanti agli interessi particolari. Occorre costruire una vera «cultura del negoziato», capace di aprire un passaggio proprio quando le differenze sembrano aver chiuso ogni porta.

Non è soltanto un metodo per amministratori, imprenditori o parti sociali. Può diventare, aggiunge il Papa, un contributo alla «diplomazia di pace di cui il nostro mondo ha bisogno».

Alla fine ritorna Neemia. Non ricostruì Gerusalemme da solo: ciascuno lavorò alla porzione di muro che gli era stata affidata.

È forse questa l'immagine che resta più di tutte. Non ci viene chiesto di ricostruire il mondo intero da soli. Ma nessuno può dichiararsi estraneo al cantiere.

Perché il vero rischio, nella corsa verso il futuro, non è avanzare troppo. È avanzare lasciandosi dietro nuove rovine.