Ogni civiltà ha i suoi tipici vizi e le sue tipiche virtù, gli uni legati alle altre, e attorno ad essi si articolano le grandi tensioni collettive e i conflitti sociali fondamentali: «La Magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (1). Due costruzioni collettive umane, entrambe faccende di lavoro, ma una cattiva e una buona, a dirci che non basta il lavoro, neanche il lavorare assieme, per vivere bene e costruire «la civiltà dell’amore», perché anche chi vuole le guerre lavora e costruisce.

Magnifica humanitas (MH) è un esercizio di speranza collettiva, quindi è un chiaro invito, dialogante e amoroso, rivolto alle donne e agli uomini del nostro tempo di fare, o rifare, l’opzione fondamentale per l’edificazione del bene, e orientare quindi le scelte fondamentali dell’esistenza a vantaggio del Bene, in particolare del bene comune, uno dei grandi principi della Dottrina sociale della Chiesa. Un’enciclica molto bella, a tratti commovente, un testo in piena sintonia con il Vaticano II e papa Francesco, che giunge nel tempo opportuno.

Il centro dell’enciclica sono le sfide epocali dell’Intelligenza artificiale (IA), che vengono comunque abbracciate da uno sguardo buono, da una immensa pietas e amore per questa “magnifica umanità”. È un canto all’umano, perché è l’Adam che preme al Papa, così tanto da trascurare anche la dimensione del Bene comune legata alle altre specie viventi. Un essere umano fragile come l’erba, eppure «fatto poco meno di Dio» (Salmo 8). Le pagine dedicate al limite e all’imperfezione – che l’IA, insieme al “transumanesimo” e al “postumanesimo”, vede solo come mali da eliminare – sono tra le più belle, coraggiose e profetiche: «È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento» (119).

È, infatti, dentro questa nostra fragilità dove avvengono gli spettacoli più belli “sotto il sole”, dove possiamo risorgere molte volte proprio perché imperfetti e bisognosi di risurrezione, da parte degli altri e di Dio: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione» (118).

Un’enciclica quindi davvero importante, a tratti magnifica. Grazie allora a papa Leone: un documento di questa qualità e spessore etico ci rende orgogliosi di essere cattolici.