«Siamo un desiderio, non un algoritmo». È il filo conduttore della prima enciclica di papa Leone, “Magnifica Humanitas”, dedicata alla «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Cinque capitoli, 245 paragrafi e una promessa: quella di vigilare perché l’umano non sia sostituito dal digitale.



La scelta della data, come spiega lui stesso, non è casuale. Magnifica Humanitas porta la firma del 15 maggio 2026, giorno del 135° anniversario della Rerum Novarum di papa Leone XIII, quella che guardava all’industrializzazione e difendeva la dignità dei lavoratori. Il Papa americano l’aveva spiegato ai cardinali due giorni dopo la fumata bianca: oggi la Chiesa offre il suo patrimonio di dottrina sociale «per rispondere a un’altra rivoluzione industriale», quella delle big tech, che tocca la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro.
Oggi la “Magnifica humanitas” è posta davanti a un bivio. Deve scegliere tra Babele e Gerusalemme, tra la città che vuole arrivare al cielo senza passare per Dio e calpestando gli uomini, e quella invece rimessa in piedi faticosamente, «mattone dopo mattone», con la partecipazione di tutti. Quella nella quale trova cittadinanza «l’uguale dignità di tutti gli esseri umani». Il bersaglio dell’enciclica è quella cultura dei “tech bro” della Silicon Valley, che insegue potenziamento e superamento del limite a ogni costo, alimentando un’etica in cui «l’efficienza diventa misura del valore» e la persona non è più fine, ma mezzo.

La copertina dell'enciclica.

Il testo ribadisce che l’IA non è neutrale perché non ha coscienza, corpo, dolore, relazioni vere. Rischia di essere usata per profilare, sorvegliare, decidere al posto dell’uomo, alimentando nuove schiavitù: l’etichettatura dei dati affidata a giovani del Sud del mondo pagati una miseria, lo sfruttamento minerario per i dispositivi, fino alla tratta di esseri umani che usa le stesse piattaforme digitali per reclutare e controllare le vittime. E le decisioni, sottolinea l’enciclica non sono più prese dalla politica, ma sono in mano a quei pochi privati che controllano i dati.

La Chiesa non deve farsi trovare impreparata, come avvenne durante la schiavitù che condannò troppo tardi. Per questo papa Leone chiede perdono a nome di tutta la Chiesa e promette di vigilare perché non si ripeta, in altro modo e in altre forme, l’asservimento di uomini ad altri uomini. Dietro ogni algoritmo performante, dice l’enciclica, c’è una catena di sofferenza che rende l’innovazione «costo esterno» della crescita. La denuncia è netta: se una tecnologia promette emancipazione e produce nuove forme di subordinazione globale, contraddice il principio fondamentale della dignità della persona.

Papa Leone XIV riconosce che la Chiesa ha condannato la schiavitù in modo assoluto solo nel XIX secolo, e che per diciotto secoli ha tollerato pratiche oggi considerate abominevoli. «A nome della Chiesa», si legge, «domando sinceramente perdono».

Una mea culpa che diventa monito per il presente: la memoria delle «complicità e delle cecità di ieri» deve tradursi in vigilanza oggi, perché il digitale non diventi il nuovo volto del colonialismo: «Interi territori vengono attraversati da una nuova logica di estrazione: quella di flussi sanitari, profili epidemiologici, mappe genetiche».
Le ricadute dell’IA non sono solo teoriche. L’enciclica, oltre a quello della libertà, tocca anche i temi del lavoro e della verità.

E se l’automazione non va demonizzata, bisogna vigilare perché se sostituisce sistematicamente l’occupazione senza riqualificazione, diventa «accelerazione dell’ingiustizia». Il Papa chiede che le imprese includano la qualità del lavoro tra gli indicatori di successo, e che la finanza torni a servire l’economia reale, non se stessa.
Ricorda che l’occupazione non è solo reddito, ma «luogo di espressione, di relazioni, di contributo alla comunità».
Sulla verità, invece, Leone lancia un allarme democratico. Disinformazione, deep fake, bolle cognitive amplificate dall’IA indeboliscono la fiducia reciproca. «Un’informazione veritiera non nasce da un controllo centralizzato», si legge, «ma si costruisce attraverso legami di fiducia». Per questo serve un’«alleanza educativa» che insegni alle nuove generazioni a «digiunare dall’IA», a proteggere il pensiero critico, a non perdere il desiderio di porre domande che solo la lentezza e la relazione sanno far maturare. Senza questa formazione, la democrazia scivola verso il totalitarismo, «per il quale», lo dice citando Hannah Arendt, «la distinzione tra fatto e finzione non esiste più». Occorre invece «custodire un cuore che ama la verità, che desidera ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo, che cerca la sapienza più dell’impatto immediato».
E sulla guerra il Papa è durissimo contro l’uso bellico della Ai: «Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». L’IA rende il conflitto «più praticabile e meno soggetto al controllo umano», abbassando la soglia del ricorso alla forza e trasformando le vittime in «dati». Il Papa invita a «disarmare le parole per disarmare la terra» e a rilanciare il multilateralismo, contro un “realismo” che considera la pace un’utopia e la guerra inevitabile.
Il multilateralismo, spiega, «oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto». Ripete il monito di inizio pontificato: «I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano; perché passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare. Rifuggiamo le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi». E sottolinea il ruolo decisivo delle religioni, «perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa». Rimanda allo «“spirito di Assisi”, suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di papa Francesco – ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar –, mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato».

Non è una enciclica di condanna, ma di costruzione e discernimento. Il Pontefice sceglie l’immagine del cantiere di Neemia: ricostruire la città, Gerusalemme, «mattone dopo mattone», con la preghiera, la trasparenza e la corresponsabilità di tutti.
L’appello finale è a «disarmare l’IA»: sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, restituirla alla pluralità delle culture e delle forme di vita. «Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia – scrive – ma impedirle di dominare l’umano».

«Il punto critico», si legge nel testo, «alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie». Richiama il «monito di San Paolo VI» che «rimane di grande lungimiranza: davvero le conquiste della scienza e della tecnica, svincolate dal progresso morale e sociale, finiscono per ritorcersi contro l’uomo. Per questo è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica».

Infine il Papa consegna tutto alla Vergine del Magnificat, «poetessa e profetessa della redenzione» che ha insegnato a guardare il mondo dal basso, «con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi». Perché la magnifica umanità non è quella efficiente, ma quella che sa ancora stupirsi, amare e sperare.