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Sono in catalano le prime parole di papa Leone a Barcellona. Dopo aver salutato i volontari che si sono spesi, a Madrid, perché tutto funzionasse alla perfezione nei giorni della sua visita e aver fatto un elogio della gratuità, Leone XIV si sposta nella capitale della Catalogna. E mette subito a tacere le polemiche dei giorni scorsi sulla lingua. La regione indipendentista lo accoglie, come prima tappa, nella cattedrale della Santa Croce e di Eulalia e il Pontefice, pregando per l’ora media, parla subito di unità.
Con una omelia in cui alterna il catalano, appunto, con il castigliano, ricorda che «tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo». Prende l’immagine della sposa e dello sposo per dire che la Chiesa, «ricca di doni e carismi e della varietà delle storie di ciascuno, è anzitutto una Sposa amata. Dio vi ha voluti qui, perché ama in voi e nel vostro essere insieme una bellezza e una bontà uniche e sacre. Lui vi ha scelti, non altri, a rappresentare, oggi, la “Comunità dei santi” che è in Barcellona». Leone invita i fedeli a «rinnovare, concordi, il proposito di camminare insieme, tutti, fedeli e Pastori, sulle orme di Cristo, verso la pienezza della vita». Rimanda al video-messaggio che papa Francesco, nel 2021 aveva inviato alla diocesi in occasione dell’inaugurazione della Torre della Vergine, nella Sagrada Família e alle sue parole che invitavano a «partire dall’incontro con Cristo» per crescere «in fratellanza, nell’annuncio della Buona Novella del Vangelo».
È questa fratellanza che occorre alimentare e diffondere «nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita: un clima di famiglia, in cui si vive insieme, memori della comune figliolanza e della comune chiamata, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono».
Parla dei tanti fratelli e sorelle «che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione» per andare a una seconda immagine, quella del corpo. «Se Cristo infatti è lo Sposo che ci ha amato per primo, Egli è anche il Capo a cui siamo uniti come membra di un unico organismo, gli uni al servizio degli altri, “gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione”, tutti animati dall’azione dello stesso Spirito, tutti chiamati alla stessa santità». Questa immagine ricorda che dobbiamo tutti lavorare insieme non come «scelta di “stile”, ma come una necessità fisiologica, fondata sulla grazia concessa a ciascuno “secondo la misura del dono di Cristo”, e a cui corrispondiamo impegnando i carismi ricevuti nel rispetto dei ministeri affidati. È lo Spirito che, come parti di un’unica compagine viva, ci spinge non solo a donarci senza riserve, là dove la Provvidenza ci chiama, ma a farlo secondo i disegni di Dio, nell’obbedienza e nella fiducia».
Come in un corpo, continua Leone, «anche tra noi ci sono membra più forti e altre più deboli, alcune visibili, che svolgono funzioni evidenti all’esterno, altre nascoste, che agiscono dal di dentro, in alcuni casi non fermandosi mai e assolvendo funzioni vitali, senza che nessuno nemmeno se ne accorga». La ricchezza dei doni di ciascuno, sottolinea, rende tutti forti perché uniti «e siamo uniti perché animati dallo stesso Spirito, lo Spirito di Cristo, che è Spirito di comunione per la salvezza di tutti. È importante, perciò, per ciascuno di noi, non permettere che nulla distrugga l’unità in cui Dio ci ha costituito e verso la cui pienezza ci conduce giorno per giorno».
Riprendendo poi la formula “Cap i Casal de Catalunya”, testa e casa della Catalogna, con cui è conosciuta Barcellona, spiega che questa è «una vocazione e una responsabilità speciale» che fa della città, con «l’aiuto di Dio», una costruttrice di unità.
Infine parla dei resti «di Santa Eulalia, Compatrona di questa Cattedrale» per sottolineare, con le parole di Sant’Agostino sui martiri: «Non ci sembri poca cosa essere membra di quel corpo del quale sono membra anche coloro ai quali non ci possiamo paragonare […]. Siamo obbedienti allo stesso Signore […], animati dalla stessa carità e […] stretti a quella medesima unità».
Ed è dunque con questo spirito che «anche noi, in un mondo dilaniato da guerre e divisioni, in una società sempre più frammentata e individualistica, vogliamo essere “martiri”, cioè testimoni e profeti, di unità, di accoglienza, di concordia e di pace, anche a costo di sacrifici e rinunce. Come la Vergine Eulalia e tanti altri Martiri, vogliamo rispondere il nostro “sì”, pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre».





