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Il dramma delle persone rimaste senza casa a Caracas
Cambia lingua papa Leone, dopo la recita dell’Angelus, esprime la sua vicinanza alle vittime, ai feriti, ai danneggiati del terremoto in Venezuela nella lingua che ha in comune con loro, lo spagnolo dell’America Latina che ha frequentato come una seconda lingua materna nei vent’anni trascorsi in Perù, un gesto empatico di vicinanza autentica, che arriva diretto senza mediazioni né traduzioni, a costo di spiazzare un poco la piazza, che sente lo scarto, senza preavviso dopo il «Cari fratelli e sorelle».
Immediatamente dopo ringrazia in italiano i tanti che sono accorsi a portare aiuti. Subito prima, commentando il Vangelo aveva parlato di amore e di accoglienza: «Anche nel Vangelo di oggi ascoltiamo alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo regno. Non si tratta di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d'amore con Lui. E per portare frutto l'amore richiede almeno tre cose il distacco, la perdita e l’accoglienza. Anzitutto il distacco. Gesù dice: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me. Chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”. Nel momento in cui inizia a inviare in missione i Suoi Apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame».
Sono parole che nel Vangelo a volte turbano, perché spiazzano anche nel credente l’istinto che lega agli affetti più profondi. Spiega il Papa: «Ma per tutti, vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all'amore che Cristo ci dona. Pensiamo ad esempio alla vita matrimoniale. Si può viverla pienamente solo lasciando la casa dei genitori per impegnarsi nella relazione coniugale. Pensiamo anche alla crescita dei figli. Li si aiuta a realizzarsi e ad essere felici educandoli a camminare con le loro gambe e a compiere le loro scelte».
Esce la lezione agostiniana cui ha improntato la vita: «Dice Sant'Agostino È doloroso il distacco da ciò che ami, ma anche l'agricoltore perde temporaneamente ciò che semina. Solo perdendo quel seme gettato nel terreno potrà vederlo fiorire. In questo senso l'amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere è sempre essere una debolezza e si è ossessionati dall'avere e dal possedere. L'amore, però, porta frutto solo nel donarsi. Quando siamo disposti a perdere un po' del nostro io per fare spazio all'altro, a perdere un po' di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po' di comodità per condividere una situazione di disagio».
E continua: «Chi trattiene la vita solo per sé stesso, dice il Vangelo, in realtà la perde perché essa non si apre alla gioia dell'amore e diventa sterile. Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la croce. Egli si è offerto, ha perduto sé stesso, e proprio così noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni. Infine, l'accoglienza. L'amore, infatti, si esprime in scelte e azioni concrete in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d'acqua a chi ha sete».
E conclude: «Gesù, inviando i Suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscittare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie lui e il Padre Celeste che lo ha mandato. L'amore per il Signore passa sempre attraverso l'accoglienza dei fratelli».



