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Usa la parola «ingozzarsi», papa Leone. La stessa che aveva usato nel suo viaggio a Montecarlo per parlare di come i beni della terra diventano idoli, non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza. In Camerun, a Douala, il Pontefice celebra messa nel Japoma statiudm alla presenza di oltre 120 mila persone e, parlando del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci in una terra spesso segnata dalla carestia, conseguenza di guerre e depredazioni, sottolinea che «un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame».


Il miracolo, spiega avviene nella condivisione. «C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona. Osserviamo bene il gesto di Gesù: quando il Figlio di Dio prende il pane e i pesci, anzitutto rende grazie. È riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo». È così che «il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare».
E il miracolo non è fatto «in vista di un successo personale». Lui «non vuole diventare re, perché è venuto per servire con amore, non per dominare». La moltiplicazione dei pani e dei pesci «è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo».
Infine si rivolge ai giovani per invitarli, in un Paese fecondo, ma dove «molti sperimentano la povertà, sia quella materiale che spirituale», a non cedere «alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro». Li esorta a moltiplicare «i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità».
E dà loro l’indicazione di essere protagonisti del proprio futuro, «senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società» avendo come esempio il Beato Floribert Bwana Chui, giovane doganiere ucciso in Congo per aver rifiutato di farsi comprare per far passare partire avariate di cibo. Per lasciare un segno, come fa l’aratro nel campo, per annunciare. E «Annunciare Gesù Risorto», conclude, «significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza».



