«Non rassegniamoci alla violenza, non avrà l’ultima parola». È così, con questo appello alla speranza e alla pace, che Papa Leone XIV conclude i lavori del Concistoro straordinario, annunciando che entro fine anno arriverà la data del prossimo che desidera a cadenza annuale.

Forti le parole contro la guerra: «Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura, della speranza e l'altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli».

«La guerra non è soltanto un conflitto tra i Stati. Nasce molto prima da una cultura della potenza che attraverso il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l'economia, la tecnologia e perfino la religione, è la radice della crisi, la risposta alla domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell'intera famiglia umana».

Ha ricordato l’importanza dei laici di una Chiesa in dialogo con il modo: «In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale. Hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la carità politica che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso che non attenua la nostra identità cristiana ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace».

E ancora: «Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta non violenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica. Essa non rinuncia alla verità né tace il male ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l'altro in un nemico. Comincia disarmando sé stessa. Essa rivela così la logica della Pasqua nella quale l'amore si manifesta più forte dell'odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. E questa è la forza del crocifisso risorto. Una forza che non distrugge il nemico ma rende possibile ritrovare un fratello».

In questa prospettiva diversi gruppi «hanno sottolineato l'opportunità di proseguire l'approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale».

«Ho accolto con particolare interesse», ha detto il Papa riassumendo i temi portanti dei lavori, «anche la vostra insistenza sulla dottrina sociale della Chiesa. Avete espresso desiderio che diventi sempre più patrimonio vivo delle nostre comunità, criterio ordinario di formazione delle coscienze e di discernimento pastorale. Questa non offre soluzioni precostituite, ma educa la Chiesa a un modo evangelico di abitare la realtà, interpretarla e orientare responsabilmente l'azione. Mi ha colpito anche un'altra convergenza. Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire, è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune. Questo domanda anche un paziente lavoro educativo che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia».

Poco prima aveva detto: «Ripensando alle conversazioni di questi giorni, porto anzitutto con me lo sguardo con cui avete contemplato il mondo nella prima sessione. Molti di voi hanno raccontato le sofferenze provocate dalle guerre, dalle violenze, dalle povertà e dalle tante ingiustizie che segnano la vita dei popoli. Non vi siete fermati però a descriverle. Dietro a questi drammi avete riconosciuto una sofferenza ancora più profonda. La solitudine, la crisi delle relazioni, la perdita della speranza, la difficoltà di riconoscersi reciprocamente come fratelli e sorelle. È uno sguardo che non distoglie gli occhi dalle ferite del mondo, ma ne cerca le radici, riconoscendo, spesso nascoste dentro di esse, una rinnovata domanda di senso, di autenticità, di spiritualità e di comunità. Molti cercano oggi speranza e relazioni vere. Mi ha colpito in particolare il modo con cui avete parlato dei giovani, nelle loro domande, ma anche nella sofferenza che talvolta li conduce fino alla disperazione e a volte fino alla disperazione estrema di togliersi la vita. Avete riconosciuto una delle ferite più profonde del nostro tempo, ma avete saputo riconoscervi anche l'azione dello spirito, la loro ricerca di autenticità, di relazioni vere e di senso. Ci ricordo che il Vangelo continua a incontrare le attese più profonde del cuore umano, ascoltare loro e le loro famiglie con umiltà è anche una via attraverso la quale il Signore continua a convertire la Chiesa».

«Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza. Là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali per valutare i passi fatti dopo Amoris Laetitia. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che vengono si preparino ascoltando da vicino e portando l'esperienza delle famiglie e delle loro Chiese. Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell'uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace».

Si è soffermato sulla responsabilità della Chiesa: «Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un'altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l'importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili. Questa testimonianza nasce, su parola e dai sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servirglielo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama e è su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto. Così, questi giorni rafforzano la mia speranza, non soltanto per ciò che abbiamo condiviso, ma per il modo in cui l'abbiamo fatto. In un tempo segnato dalla polarizzazione, anche il modo con cui la Chiesa ascolta e dialoga diventa parte del suo annuncio».

Il Collegio dei Cardinali ha detto il Papa, non è un «Parlamento, non un Congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un'esperienza di comunione al servizio della missione. Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio, è uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell'amore e al servizio del bene comune». «Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore. Prima di concludere, desidero accogliere l'appello unanime che è salito da questo concistoro e farlo mio. Anzi, vorrei che lo facessimo insieme attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli vescovi, alle Chiese affidate al nostro Ministero e a tutti i popoli della Terra. Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l'ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e aiutare il mondo a riconoscerli».