«Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!». È il grido che ancora oggi Gesù rivolge al mondo dall’alto della croce. Prevost, nella celebrazione della sua prima domenica delle Palme da Pontefice, ricorda, con forza, il sacrificio di Cristo, re della pace, immolatosi per fare della sua vita un dono d’amore. E in questi giorni insanguinati dai conflitti ribadisce l’importanza della mitezza, dell’umiltà, della pace.

«Guardiamo a Gesù che si presenta come Re della pace, mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra», dice nell’omelia. «Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte». Cita Zaccaria e Isaia, i libri scritti in ebraico contenuti nel Vecchio testamento, quasi a voler parlare anche all’Israele di oggi per ricordare le antiche profezie che invitano a festeggiare l’arrivo del Messia: «Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni». E ancora, con Isaia: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue».

Seguire Cristo significa riporre le spade nel fodero, come Gesù dice al discepolo che, per difenderlo, mozza l’orecchio a una delle guardie che sta per arrestarlo. «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno», gli dice Gesù.

«Come Re della pace», spiega Leone, «mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli “non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori”. Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità».

Ribadisce, il Pontefice che «questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta».

Guardandolo sulla croce vediamo, in Lui, «i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra».

Ma sappiamo anche che la sofferenza, la morte, le guerre non sono l’ultima parola. E allora il Papa, con le parole di don Tonino Bello, affida il grido di pace di tutti i sofferenti, a Maria «che sta sotto la croce del Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi: “Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. [...] E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”».