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Il Papa durante la Messa celebrata a Lampedusa
«C’è chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise». È un duro atto di accusa quello che papa Leone rivolge alle istituzioni e alla politica. Dallo stadio a ridosso del porto di Lampedusa il Pontefice, partendo dalla parabola del buon samaritano ricorda la tentazione del passare oltre che ci rende meno umani e condanna i fratelli alla morte.
Giunge sull’isola, come lui stesso sottolinea, «sulle orme di Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio da Successore di Pietro» e ricorda che gli stessi apostoli hanno navigato nel Mediterraneo «e sperimentato l’ospitalità degli
abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà.


Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto».
Riprendendo l’immagine della parabola il Papa sottolinea che «oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico». Una strada che ha «visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti». Parla dei morti, di quelli che «non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano» e che ci interpellano «non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso».
Il Papa ringrazia i lampedusani per la loro umanità, per la prossimità con cui hanno accolto i migranti, per il ««miracolo della compassione», Ringrazia «i volontari, le associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, le istituzioni civili, la Guardia Costiera, i Sindaci e le amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme», sottolinea. Ringrazia i migranti che si sono fatti a loro volta solidali gli uni gli altri durante il viaggio. Ma poi chiama anche l’’Europa alle sue responsabilità.


«L’Europa», dice, «possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».
Punta il dito contro chi «ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti». E ricorda, rispondendo a un tempo sia ai cattolici, soprattutto americani, che fanno della fede un elemento identitario che ai lefebvriani che rifiutano il dialogo, che bisogna «riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti».


Papa Leone XIV in preghiera davanti alla “Porta d’Europa” durante la visita pastorale a Lampedusa
(ANSA)Solo chi si lascia portare dalla dinamica di compassione di Cristo, dalla dinamica di «misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata».


Alcuni fedeli espongono striscioni con messaggi mentre partecipano alla Messa celebrata da Papa Leone durante la sua visita a Lampedusa
(REUTERS)E se possiamo prendere come esempio il Samaritano dobbiamo riconoscere che oggi abbiamo anche più mezzi di lui per «dare concretezza storica alla speranza. Lui “si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. Noi abbiamo ugualmente da riconoscere che “la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”».
Ricorda le sue recenti parole a Tenerife e le applica anche a Lampedusa: in entrambe le isole «la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici. Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza,
spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri». Ed esorta: «Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca».


Infine, di fronte ai quattromila presenti alla messa (ottomila sono i residenti a Lampedusa), indica la Madonna di Porto Salvo «patrona di Lampedusa. Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro» e auspica che «questa venerata Immagine torni a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!”».









