Cari amici lettori, con la tappa al porto di Arguineguín alle isole Canarie lo scorso 11 giugno, per l’incontro con le realtà di accoglienza dei migranti, non solo il viaggio di papa Leone in Spagna ha raggiunto un “picco” importante ma anche il suo pontificato ha preso quota, con un discorso potente e accorato che ricorderemo a lungo. Un vero esame di coscienza per tutti. La pericolosissima “rotta atlantica” da cui passano tanti migranti provenienti dall’Africa, infatti, ha trasformato quel tratto di Oceano in un immenso cimitero: nel solo 2024, si stimano almeno 10.000 dispersi. Le testimonianze di alcuni volontari e operatori che si occupano di accoglienza ha fatto toccare con mano questo dramma umano.

Dicevo un esame di coscienza. Già alla Sagrada Familia, il giorno prima, Leone aveva ammonito: «Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria». La fede cristiana è incompatibile con qualsiasi violazione della dignità umana, che si tratti di guerra, di aborto, di eutanasia, di respingimento dei migranti… Ad Arguineguín, Leone ha ricordato che soccorrere gli stranieri che bussano alle nostre porte è un comandamento cristiano: «Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva», ha sottolineato. Di fronte al dramma che ci sta davanti agli occhi, «la coscienza non ha più scuse».

Riguardo ai migranti, ha usato due verbi che dovremmo imprimerci nella memoria: “inchinarsi” («Voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli!») e “accompagnare” («Noi vogliamo camminare con te», riferendosi a una vittima della tratta). La testimonianza dei credenti è che «la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite». Certo, non possiamo «risolvere tutto», ma possiamo e dobbiamo «essere presenti là dove l’essere umano soffre». La fede non è quieto vivere e non può rimanere confinata al privato e alle devozioni: «Dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno».

Lo sguardo di Leone XIV si è poi allargato a responsabilità sociali e politiche, chiamando in causa le autorità civili, i parlamenti, i governi, le organizzazioni internazionali, le altre religioni, tutti gli uomini e le donne di buona volontà. «Il vostro (dei migranti, ndr) dramma deve diventare un esame di coscienza» per le nazioni di origine, che non garantiscono condizione degne di vita; per le nazioni di transito, che tollerano le reti criminali di trafficanti; per l’Europa, che «non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi»; per l’intera comunità internazionale. Da qui la domanda finale del Papa, che interroga ciascuno di noi per il proprio pezzetto: «Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». E più radicalmente: «Oggi qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede cosa resta della nostra umanità».

Ecco: che mondo stiamo costruendo? E cosa resta della nostra umanità? Questioni che pesano e su cui dobbiamo interrogarci, sia di fronte alle grandi novità tecnologiche come l’Intelligenza artificiale, che ai drammi “antichi” come quello delle migrazioni, cui rischiamo di assuefarci.