La pace come «aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale». Papa Leone, primo Pontefice a farlo, parla al Congresso dei deputati spagnoli. Prima di recarsi al Congresso riceve in forma privata il primo ministro, Pedro Sanchez, che già aveva incontrato al suo arrivo a Madrid.

Al centro del suo discorso ai deputati la difesa della vita, perché non può «dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri». Questa «non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà. Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità». Parla della famiglia, il Papa, «che sarà sempre la prima scuola di umanità dove si impara, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e appartenere». Della scelta educativa, in accordo con i genitori perché i figli possano «imparare a cercare e ad amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona». Dei migranti, «uomini, donne e bambini che si trovano forzati, a causa di circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e lasciarsi alle spalle persone care, storie e legami». Una questione questa che è «eminentemente morale e giuridica. Laddove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, viene gravemente violato il principio universale dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani».

Prevost richiama la Spagna alla sua stessa storia, alla scuola di Salamanca che ha dato il via al diritto internazionale, con il frate Francisco de Vitoria che sosteneva il rispetto dei diritti di ogni persona e difendeva le popolazioni indigene del Nuovo Mondo. E oggi che il Nuovo mondo è l’ambiente digitale e che il diritto internazionale è messo a dura prova da chi crede di risolvere i conflitti con la forza, Prevost torna a invocare «un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civile e il rispetto reciproco pur in mezzo alle divergenze».

Prevost parla ai Parlamentari ricordando che «a livello internazionale, la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale» e che «ogni guerra costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce legami di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura».

Guarda con preoccupazione al riarmo, anche quello europeo, che vuol presentarsi «come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale». Secondo il Papa, invece, «la vera sicurezza nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra». Sulle nuove tecnologie impiegate in ambito militare chiede una «rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana».

Parla del dialogo ricordando il motto della stessa Europa: «In varietate concordia, la vera unità non uniforma, ma rende coesi nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni occasione di arricchimento reciproco».

Occorre ascolto e tutela dei diritti di tutti, un linguaggio disarmato, soprattutto per chi ha responsabilità politica, e una coscienza che sappia dare spazio alla riconciliazione invece che all’odio e al rancore. Nel rispetto della separazione tra Stato e Chiesa Leone sottolinea che questo non vuol dire che la religione non debba avere uno spazio pubblico e non incidere sulla costruzione di una società più giusta. Anzi, «senza confondere il piano giuridico e quello morale, è bene ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo vivere senza costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata».

E se «la fede non pretende di imporsi con privilegi e coercizioni», non può neppure «essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica».

Il Pontefice entra nel recente acceso dibattito sul diritto, costituzionalmente protetto in Spagna, del segreto confessionale, messo in discussione, per le inchieste sugli abusi sessuali da parte del clero, da quanti chiedono che il sigillo della confessione non prevalga sull’obbligo di denuncia di crimini gravi. E spiega, invece, che questo è uno «spazio sacro di libertà interiore dove il credente può aprire la propria anima a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali».

Un discorso lungo, quello di Leone, che parla di memoria e di futuro. E che ricorda che «anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera» e che «la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana. In questa scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità e che mai la vita umana può mai essere trattata come una merce».

Ai deputati lascia un monito: «Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi. Vi invito quindi ad alzare lo sguardo: non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione delle autorità pubbliche riguarda persone in carne e ossa, specialmente coloro che hanno meno forza per farsi sentire».