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Renzo Arbore nel 2016 durante l'incontro sul programma "Quelli della Notte"
C’è un’immagine inattesa di papa Leone XIV che arriva dagli anni della sua giovinezza romana: un giovane frate agostiniano seduto davanti a un piccolo televisore, dopo cena, a ridere per le battute surreali di Nino Frassica, per le provocazioni comiche di Andy Luotto, per le gag di Marisa Laurito e Maurizio Ferrini e per quel mondo stralunato e geniale inventato da Renzo Arbore.
Prima della veste bianca, prima del ministero petrino, Robert Francis Prevost era uno studente americano arrivato a Roma per approfondire il Diritto canonico. Viveva nella comunità degli agostiniani a pochi passi da piazza San Pietro. E proprio lì, in una stanza del convento, aveva trovato un piccolo appuntamento quotidiano: Quelli della notte, la trasmissione Rai che nel 1985 cambiò il modo di fare televisione.
Il particolare emerge dal documentario Leone a Roma, realizzato dal Dicastero per la Comunicazione del Vaticano e dedicato agli anni romani del futuro Papa. A raccontarlo è padre Giovanni Lenzi, confratello agostiniano e amico di Prevost: «Alla sera io in camera mia avevo un piccolo televisore grande così, bianco e nero naturalmente, che mi era stato regalato. Lui veniva la sera dopo cena in camera mia e stavamo lì. Era il tempo in cui c’era una trasmissione di Renzo Arbore, Quelli della notte. L’abbiamo vista una volta per caso e non abbiamo perso più neanche una puntata». Con il passare delle settimane, era diventato un piccolo rito: «Tutti i giorni la sera, verso le dieci, iniziava, un’ora, due ore. Per noi quello era la nostra ricreazione».
Una pausa di leggerezza dentro giornate intense di studio e preghiera. Ma anche l’incontro con una trasmissione che raccontava un’Italia particolare: ironica, curiosa, capace di ridere di sé.
Arbore: «La filosofia era ridere per ridere. Però con amore»
A distanza di quarant’anni, Renzo Arbore ha spiegato più volte il segreto di quella trasmissione diventata una vera e propria mania collettiva: «La filosofia del programma era “Ridere per ridere. Però con amore”», ha raccontato il popolare conduttore in un’intervista di due anni a Famiglia Cristiana. Una frase che riassume lo spirito di Quelli della notte: non una comicità aggressiva, ma un gioco collettivo costruito sull’intelligenza, sull’improvvisazione e sulla capacità di stare insieme.
Il programma, nato quasi per scommessa nella seconda serata Rai, conquistò milioni di spettatori e trasformò personaggi e battute in fenomeni nazionali. Da «Non capisco ma mi adeguo» a «Non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello», passando per «L’edonismo reaganiano» e il «brodo primordiale» che entrarono nel linguaggio quotidiano degli italiani: «Invademmo l’Italia con i tormentoni», ha ricordato Arbore. Tanto che arrivarono inviti prestigiosi: Gianni Agnelli li volle a Villar Perosa, il presidente della Repubblica Sandro Pertini li accolse al Quirinale.
Una trasmissione nata dall’amicizia e dall’improvvisazione
La nascita di Quelli della notte sembra quasi uscita dalla stessa atmosfera del programma. Arbore ha raccontato che una delle ispirazioni arrivò dalle riunioni di condominio nel palazzo della madre a Foggia, ma anche dalle notti trascorse con musicisti e amici dopo i concerti nei jazz club.
Un’altra scintilla fu un viaggio particolare organizzato dall’Unione Sovietica per promuovere una crociera. Arbore decise di partecipare portando con sé non una troupe televisiva tradizionale, ma un gruppo di amici e artisti: «Ci presentammo in quaranta. Pianisti di piano bar, musicisti, imitatori. C’erano Marisa Laurito, Telesforo, Luotto, Sylva Coscina, Catalano. Invademmo i pontili e le sale da ballo. Ci divertivamo a suonare nottetempo, improvvisando parodie». Proprio quella dimensione di libertà e creatività sarebbe diventata il cuore della trasmissione: «Dovevano avere la battuta pronta, essere in grado di realizzare una sorta di jam session parlata», ha spiegato Arbore ricordando la scelta dei protagonisti, «oggi non lo sa fare più nessuno».
Dal piccolo schermo alla storia di un uomo
Il giovane Prevost, dunque, non guardava soltanto un programma divertente. Guardava una pagina della cultura italiana degli anni Ottanta: un modo di comunicare basato sull’ascolto, sulla curiosità, sull’incontro tra persone diverse. Dopo la fine della trasmissione, però, il futuro Papa tornava ai suoi libri. «Io gli dicevo di andare in stanza, perché lui avrebbe pure continuato, ma gli dicevo: “Io vado a dormire, al mattino alle 6 e mezza dovevamo alzarci”», racconta padre Lenzi, «e lui andava in camera a studiare. Lui studiava di notte fino alle 3, le 4 di notte, poi alle 6 si alzava».
Il documentario Leone a Roma, ultimo capitolo della trilogia dedicata alla vita di Leone XIV dopo León de Perú e Leo from Chicago, restituisce così il ritratto di un uomo prima ancora che di un Papa. Realizzato dai giornalisti Felipe Herrera-Espaliat, Salvatore Cernuzio e Tiziana Campisi, con il montaggio di Jaime Vizcaíno Haro, il film ripercorre circa vent’anni della vita di Robert Francis Prevost: dall’arrivo in Italia dagli Stati Uniti nel 1981 agli anni di formazione romana, fino al servizio alla guida dell’Ordine di Sant’Agostino per due mandati, alla nomina come prefetto del Dicastero per i Vescovi e alla creazione cardinalizia nel 2023.
Attraverso immagini d’archivio, fotografie inedite e le testimonianze di confratelli, compagni di studi, amici e collaboratori del Dicastero per i Vescovi, emerge il volto quotidiano di Prevost: gli anni dello studio, le amicizie, i viaggi, i pellegrinaggi, gli incontri, il lavoro pastorale e la vita comunitaria.
Tra gli episodi raccontati c’è anche la partecipazione del giovane agostiniano Prevost alla manifestazione pacifista contro l’installazione degli Euromissili della Nato a Comiso, svoltasi a Roma il 22 ottobre 1983 insieme ad alcuni confratelli. Tra le immagini inedite recuperate dai documentaristi vaticani ha attirato particolare attenzione anche la fotografia, tratta dal trailer del film, che mostra Prevost ormai vescovo con un paio di Nike ai piedi: un dettaglio semplice, ma capace di raccontare la sua dimensione umana e lontana da ogni formalismo.
Molti altri sono gli episodi che arricchiscono il racconto della sua lunga esperienza romana: dalla palestra frequentata negli anni da cardinale ai numerosi viaggi compiuti come superiore generale degli agostiniani, anche in Paesi lontani come la Cina, fino all’attività pastorale svolta da giovane sacerdote con i bambini di Cesano.






