Pubblichiamo ampi stralci del discorso e del dialogo tra papa Leone XIV e il clero della Diocesi di Roma incontrato giovedì mattina nell’Aula Paolo VI in Vaticano in occasione dell’inizio della Quaresima.

Cari fratelli,

vi saluto con grande gioia e vi ringrazio di essere qui stamattina. Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto, e saluto cordialmente tutti voi: i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri presenti.

E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente!

All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10).

Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio.

A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’Apostolo Paolo rivolge a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2Tm 1,6). Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio!

Che cosa significa ravvivare? Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale.

E allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo – ravvivare – evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse Papa Francesco, «suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma» (Catechesi, 30 ottobre 2024).

Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo.

Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità.

Il cardinale vicario Baldo Reina saluta il Papa durante l'incontro
Il cardinale vicario Baldo Reina saluta il Papa durante l'incontro

Il cardinale vicario Baldo Reina saluta il Papa durante l'incontro

(ANSA)

Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata. Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato.

Ciò vale in particolare per alcuni ambiti della vita pastorale, cui vorrei brevemente accennare.

Il primo riguarda certamente la pastorale ordinaria delle parrocchie. E qui, anzitutto vorrei condividervi un pensiero di gratitudine, richiamando le parole che Papa Francesco vi aveva rivolto in una delle ultime Messe Crismali: «Grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia nella Messa del Crisma, 6 aprile 2023).

Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare. In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare.

In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa.

È urgente perciò ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità. Con umiltà, ma anche senza lasciarci scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa», e ciò invita a vigilare anche su una «sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 63).

Ricordiamo le domande dell’Apostolo Paolo: «Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rm 10,14).

Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati.

Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie.

Un secondo aspetto è questo: imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario.

In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza.

La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grandi dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative.

Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale.

Un ultimo aspetto vorrei sottolineare: la vicinanza ai giovani. Molti di loro – lo sappiamo – «vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa» (Discorso ai partecipanti della sessione Plenaria del Dicastero per la Dottrina della fede, 29 gennaio 2026). Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza.

So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita.

@Vatican Media
@Vatican Media
Un momento dell'incontro (ANSA)

Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi.

E a proposito di età giovanile, vorrei rivolgere una parola di incoraggiamento ai preti più giovani – ci siete quasi tutti, vero? – che spesso sperimentano sulla loro pelle le potenzialità e le fatiche della loro generazione e di questa epoca. In un contesto sociale ed ecclesiale più difficile e meno gratificante, si può correre il rischio di esaurire in fretta le proprie energie, di accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine.

Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda.

Carissimi, sono contento di aver vissuto con voi questo momento di condivisione. Come ho ricordato di recente, il nostro primo impegno è quello di «custodire e far crescere la vocazione in un costante cammino di conversione e di rinnovata fedeltà, che non è mai un percorso solo individuale ma ci impegna a prenderci cura gli uni degli altri» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 13). In questo modo, saremo pastori secondo il cuore di Dio e potremo servire al meglio la nostra diocesi di Roma. Grazie!

(...)

Seconda domanda

Santità, buongiorno e grazie di cuore per questo momento. Desidero farLe una domanda relativamente ai tempi che stiamo vivendo, che sono segnati da una progressiva marginalizzazione del religioso dal panorama sociale contemporaneo, soprattutto nelle grandi città come Roma. Come possiamo essere incisivi per questa cultura postmoderna dentro cui tutti viviamo, respiriamo, senza però tornare a schemi del passato che risulterebbero un po’ anacronistici? Quale priorità nella nostra pastorale per poter rispondere evangelicamente alle sfide del nostro tempo? Lo dico in un altro modo: il Vangelo si è sempre inculturato; oggi siamo probabilmente davanti a una nuova inculturazione. Come possiamo far sì che questa inculturazione sia favorita, accompagnata e non ostacolata dalle nostre iniziative? Grazie.

Risposta di Papa Leone XIV

Una cosa, che io stesso sto cercando, è come rispondere a questa sfida, che comincia con la necessità di conoscere veramente la comunità dove sono chiamato a servire. Parlo personalmente. Io ho vissuto a Roma per quattro anni negli anni ’80, poi per dodici anni dal 2000 al 2012-13, poi adesso da tre anni, e ogni volta che torno a Roma, in un certo senso, trovo un’altra Roma. Sono tante cose… La “città eterna”, diciamo, le strade sono le stesse, le buche sono uguali, però la vita è tanto cambiata. Allora, per servire anche come Vescovo di Roma avevo pensato molto, quando siamo andati a Ostia domenica scorsa: per parlare con questa gente, con queste persone, bisogna cominciare con il conoscere a fondo per quanto possibile la loro realtà.

Non posso portare neanche una continuità: se mi cambiano da una parrocchia a un’altra parrocchia, pensare: “Questo ha funzionato là, continuiamo le stesse cose”. Se vuoi amare qualcuno devi prima conoscere. Se vuoi amare e servire una comunità è molto importante conoscere.

E ci sono tante realtà in questo mondo di mobilità, di cui ho parlato un po’, che cambia continuamente. E allora ci vuole uno sforzo da parte dei parroci, dei sacerdoti, di tutti coloro che collaborano anche nel consiglio parrocchiale, di vedere realmente quali sono le sfide di questo momento in questo posto, in questa parrocchia che dobbiamo un po’ vedere e conoscere.

Poi, circa la realtà del mondo di oggi, non ho parlato finora di una realtà che arriva a noi anche se noi non vogliamo: l’intelligenza artificiale, l’uso dell’internet, che anche nella vita del sacerdote è presente.

Tra parentesi, faccio l’invito a resistere alla tentazione di preparare le omelie con l’intelligenza artificiale! Come tutti i muscoli nel corpo, se non li utilizziamo, se non li muoviamo muoiono; il cervello ha bisogno di essere utilizzato. Allora anche la nostra intelligenza, la vostra intelligenza, bisogna esercitarla un po’ per non perdere questa capacità.

Ma ci vuole molto di più, perché per fare una vera omelia, che è condividere la fede, l’I.A. mai arriverà a poter condividere la fede! Questa è la parte più importante: se possiamo offrire un servizio, diciamo inculturato, nel posto, nella parrocchia dove stiamo lavorando, la gente vuole vedere la tua fede, la tua esperienza di aver conosciuto e amato Gesù Cristo e il suo Vangelo. E questo è qualcosa che dobbiamo coltivare continuamente.

E lì allora dico molto sinceramente, a tutte le domande, che parte della risposta è l’importanza di una vita di preghiera.

Non solo la routine di recitare più veloce possibile il breviario, che porto anche nel cellulare, ma il tempo di stare con il Signore, di ascoltare con la Parola di Dio, con la preghiera dei Salmi, questa lode al Signore.

Ma anche la capacità di entrare in dialogo, di ascoltare davvero e di esprimere le difficoltà che porto nel cuore: “Perché Signore, cosa vuoi da me? Che posso fare?”. Allora, con questa esperienza di una vita autenticamente radicata nel Signore, possiamo offrire qualcosa che non è nostro. Non è perché io sono offro quello che sono io: questo è un inganno tante volte in internet, tiktok, e vogliamo essere noi: “Io ho tanti follower, tanti like, perché vedono che io sto dicendo…”.

Non sei tu: se non stiamo trasmettendo il messaggio di Gesù Cristo, forse ci stiamo sbagliando, e bisogna anche lì riflettere molto bene con molta umiltà a vedere chi siamo e quello che stiamo facendo.

Ma con questo atteggiamento di amore, di servizio, di umiltà, di ascolto, possiamo scoprire veramente che cosa possiamo fare per rispondere a questa comunità dove siamo chiamati a servire.