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«Padre, sa che le voglio bene». Lo dice urlando, Salvatore Cernuzio, nel suo ultimo incontro con papa Francesco, pochi giorni prima del 21 aprile. Lo dice grida per farsi sentire meglio, visto che il Pontefice non voleva usare l’apparecchio acustico. Ma quel linguaggio del cuore Bergoglio lo conosce anche senza sentire. Gli fa il gesto, con la mano, di abbassare la voce con un’espressione che significa: «Ti voglio bene anch’io». È stato un rapporto intimo e insieme universale, quello che ha legato il vaticanista di Vatican News al Pontefice argentino. Nato quasi per caso, con una lettera che Salvatore gli scrive prima del viaggio in Iraq. «Gliela consegno sull’aereo. Eravamo in fase di covid, lui non dava neppure la mano. Fa cenno a un gendarme di prenderla. Ci resto un po’ male perché mi sembrava una reazione fredda». E invece, in una delle fasi più complicate della vita del giornalista, tra problemi di lavoro, la scoperta di aspettare il quarto figlio, un trasloco in corso, «proprio mentre mi ero disteso un attimo sul divano dopo aver portato l’ennesimo scatolone, mi arriva una chiamata da un numero sconosciuto. Cade la linea, mi richiama. La sua voce inconfondibile: “Sono papa Francesco, il dottor Salvatore Cernuzio? Cosa posso fare per te?”. Neppure per un attimo ho pensato che non fosse lui. Mi è venuto spontaneo chiamarlo “padre” e dirgli che avevo bisogno di una benedizione. Siamo andati da lui con tutta la famiglia. Ed è lì che è cominciato un rapporto filiale che non si è interrotto più».
Cernuzio parla con un misto di gratitudine e commozione. E proprio «per gratitudine» fissa in un libro, non a caso intitolato “Padre. Un ritratto inedito di papa Francesco” (Piemme editore, euro 18,90, pp. 144), immagini e racconti di piccoli e grandi gesti.


Qual è l’ultimo ricordo che ti resta?
«L’ultima immagine è quella del giovedì santo nel carcere di Regina Coeli. Non ci siamo parlati, lo avevamo fatto il giorno prima, ma lui, lasciando l’istituto di pena prima di salire nella 500, mi ha fatto l’occhiolino e il pollice in su per salutarmi».
C’è un piccolo video, dopo i giorni di ricovero al Gemelli, in cui saluta dei bambini prima di entrare in Vaticano. Quei bambini sono i tuoi figli.
«Racconto anche questo nel libro. È stato un fuori programma. Noi tornavamo da una partita di calcio. Dai social ho visto che era uscito dal Vaticano. È stata una delle sue ultime uscite a sorpresa per andare a Santa Maria Maggiore. A un certo punto, mentre facevamo il giro per tornare a casa, ho visto la macchina e tutto il corteo e allora ho detto ai bambini: “Fermiamoci e facciamo ciao con la mano al Papa”. Lui ha fatto fermare la macchina all’angolo, prima del perugino. Era fragilissimo in quel momento – anche i ragazzi se ne sono accorti che non stava bene – ma lui ha voluto fare un gesto con la mano, dare una piccola carezza. Quello è stato il saluto ai miei figli. Bambini che avevano avuto modo di incontrarlo, di abbracciarlo, di ricevere da lui giocattoli e caramelle. Anche le uova di quella che sarebbe stata l’ultima sua Pasqua».
Perché hai scritto questo libro?
«È cominciato spontaneamente. Io in realtà non volevo scriverlo perché no volevo dare l’idea di rivendermi qualcosa che è stato anche molto personale, molto intimo e privato. Poi una collega, parenti, amici mi hanno esortato a scrivere per non dimenticare. In realtà qualcosa avevo già scritto, ma erano appunti per me, consigli di direzione spirituale. Il resto lo avevo tutto in mente e allora ho pensato che forse era vero che prima o poi avrei dimenticato. Mi sono messo a scrivere di getto, in due settimane, ho messo tutto nero su bianco. E ho pensato che, alla fine, fosse un bene condividere questi ricordi. È un mio segno di gratitudine, perché non c’è certo bisogno di me per rafforzare l’immagine di grandezza che c’è già nell’opinione pubblica».
Hai seguito il Pontificato dall’inizio, ma solo nel 2021 hai deciso di contattarlo. Perché?
«È vero, a parte il baciamano non ho avuto con lui nessun contatto. Poi ho pensato di scrivergli questa lettera prima del viaggio in Iraq, eravamo nel 2021. Ho avuto mille ripensamenti mentre andavo a stamparla dal tabacchino sotto casa. MI dicevo che non dovevo disturbare il Papa. Poi, però, mi è venuta in mente una sua frase: “A me piace fare il prete”. E allora gli ho scritto per fargli sapere qualcosa della mia storia personale in un momento difficile. Un mese dopo mi ha richiamato. Abbiamo chiacchierato, mi ha detto che la mia lettera lo aveva colpito, che gli aveva “fatto bene come prete”. Dopo che siamo andati da lui con tutta la famiglia ci sono stati biglietti, gli auguri, qualche telefonata, il libro sulle suore che avevo scritto per la San Paolo e che lo aveva colpito. Il legame si è rafforzato sempre di più. Forse anche perché io non gli chiedevo nulla. Una volta me lo disse pure, che ero strano perché tutti andavano da lui a chiedere qualcosa e io no. Ma lui con me è stato molto generoso».
In che senso generoso?
«Intanto con il suo tempo, con la sua disponibilità, con il suo affetto. E poi ho iniziato pure a confessarmi da lui, mi ha fatto da direttore spirituale. Io gli dicevo, ridendo, che aveva un’attrazione per i casi umani e che forse mi considerava un po’ a rischio se si era affezionato così»
Cosa ti colpiva di lui?
«Il fatto che sapesse leggere nel cuore della gente. E che fosse “furbo” come diceva lui facendo quel gesto con la mano che significa scaltro, sveglio, perspicace. IO non so cosa ha visto in me, ma la sua vicinanza è stata per me un dono di Dio»
Che cosa hai imparato da lui?
«La capacità di ascolto. Ogni persona ha un suo mondo interiore, ha le sue difficoltà, ha le sue paure, le gioie, e lui aveva questa capacità di essere presente con tutti. Anche se, come scrivo nel libro, aveva dei difetti, dei lati spigolosi del carattere, però, cera presente. Quando tu gli parlavi, che fosse di lavoro, di questioni familiari o di altro, lui c’era. E anche se prima aveva sentito Zelensky e poi doveva incontrare un cardinale, nel momento in cui era con te c’eri solo tu. Ti sentivi capito. Aveva questa capacità di valorizzare l’altro, di non far sentire mai la fretta».
E poi?
«L’andare avanti. È una frase che lui diceva sempre e che accompagnava con il gesto della mando dell’andare. In quella frase c’è tutto un mondo perché significa che, tra tante preoccupazioni del futuro e questioni del passato, tra tante difficoltà l’importante è continuare ad avanzare. Quello che è già stato è già passato, lo scrivo anche nel libro. Bisogna andare avanti. Ci sono attacchi, critiche, paure? Avanti , tra questioni del passato un mondo, perché appunto tante preoccupazioni del futuro e questioni del passato, tante difficoltà e lui sempre avanti. C’è quello che è già stato, io chiudo il libro proprio così, quello che è già stato è già passato. Bisogna andare avanti, Ci sono attacchi, critiche, paure? Non importa, bisogna guardare avanti»
Lo chiamavi padre, come titoli il tuo libro?
«Sì, mi è venuto spontaneo. L’ho chiamato così da quella prima telefonata. E a lui piaceva perché aveva forte questa provenienza del suo ordine religioso. Ed è stato un padre, certo sempre con la dovuta distanza di rispetto. Era sempre il Papa e non andavo a occupare il suo tempo. Però c’era confidenza. E se andavo in un viaggio, se c’era un progetto, o se avevo una difficoltà quotidiana mi veniva spontaneo pensare di raccontarglielo. Si era creato questo feeling, che, ripeto, è stata una grazia di Dio».
Papa Francesco ti ha voluto anche al Gemelli durante i primi giorni di ricovero.
«È stata la prima volta che ho capito quanto ci tenesse a me. Non che prima non me l’avesse dimostrato in tutti i modi. Però lì mi sono sentito davvero nel suo cuore. Stavo per partire per il Libano, lui sapeva di questo viaggio. Mi è arrivata la telefona a dal Gemelli e sono subito corso da lui. Mi voluva salutare perché, come diceva sulla sua salute: “Può essere che sì… e può essere che sì”. Lui aveva paura di non farcela, le previsioni erano brutte dall’inizio. Mi ha dato questa sorta di commiato e io mi sono messo piangere come un disperato. Lui mi prendeva in giro, gesticolando come a dire “che ti piangi?”. Era ironico, ma in quel momento mi si è spezzato il cuore. Poi, fortunatamente, le preghiere di tutti hanno funzionato. E lui è riuscito a uscire dal Gemelli e tornare in Vaticano».
Anche al Gemelli ti ha regalato qualcosa?
«Sì, mi ha dato la rosa bianca di Santa Teresina. Gliela aveva fatta arrivare da Lisieux Stefania Falasca. Prima di andarmene mi ha fatto cenno di aprire un comodino di fronte alla sua poltrona. MI ha dato l’idea che volesse che la custodissi perché non andasse persa in tante cose che c’erano: medicine, ma anche scaffali, pacchi. Per lui Santa Teresina era una presenza fondamentale, ha scandito tutte le tappe più importanti della sua vita. Ora ce l’ho insieme a tanti altri ricordi. Come scrivo nel libro anche insieme alla locandina del film di Fellini La Strada. Lui lo citava sempre, mi diceva di farlo vedere ai bambini perché era una parabola quasi evangelica e io gliela avevo regalata per il suo compleanno insieme a un cardigan nero perché avevo visto che quello che portava era un po’ consumato. Adesso ho tutto insieme con tanti rosari che mi ha regalato. Lo scrivo pure nel libro. Questo gli avevo regalato il giorno del suo compleanno, il 17 dicembre, gli avevo regalato una locandina della strada, il film di Fellini, che lui sempre la citava, diceva che era una parabola quasi evangelica».
Perché era importante che tornasse in Vaticano?
«Personalmente avevo il desiderio che il mondo lo rivedesse, che lo applaudisse, che lui potesse fare un giro in piazza e non che morisse in ospedale, non si sa come, con l’ultima immagine dell’udienza di un mese prima. Pensavo che fosse giusto che il mondo lo rivedesse e lo salutasse, perché lui ha dato tanto ed era giusto salutarlo. Quando ho saputo che era morto, il lunedì dell’Angelo, ho provato un dolore immenso, ma, nello stesso tempo, ho pensato che era il finale perfetto: ci ha benedetto nella piazza, ha salutato i fedeli con quell’ultimo giro. Era il lieto fine di un pontificato grandioso».
Cosa resta ora di quel Pontificato?
«Resta il fatto che ha fatto fare un salto a tutti i cristiani. Che ha dato una prospettiva diversa sul valore della vita, che non è solo la difesa pro-life, ma è la vita in tutte le sue forme: i migranti, i ragazzi in guerra di qualsiasi parte. In un podcast che avevamo fatto diceva appunto questo: “ucraini, russi non mi interessa, sono ragazzi che non tornano dalla loro mamma”. Ci ha insegnato il valore della vita, il valore dell’accoglienza, della fraternità. E lo ha fatto in un momento in cui si urla, ci si divide, si grida, sembra che valga la legge del più forte, quasi della giungla. Lui invece lavorava per instaurare rapporti».
Qualcuno critica, però, il fatto che abbia aperto tanti processi senza chiuderli.
«Credo che lui abbia fatto tutto con grande libertà. Ha come buttato un sasso nello stagno per vedere come si muove l’acqua e da lì capire anche quali crisi ci sono, cosa bisogna rivedere un po’ anche nella Chiesa, nel mondo».
Cosa speri che generi il tuo libro in chi legge?
«Papa Francesco è così vivo nel cuore della gente che non c’è bisogno che io solleciti nulla. Ripeto questo libro l’ho scritto per gratitudine e perché ho pensato che fosse doveroso condividere anche questo lato privato che era favoloso quasi quanto quello pubblico. Ricordiamo tutti con affetto tante sue parole e tanti gesti, tante difficoltà e tante situazioni difficili che sono state spazzate via. Rimane solo questa luce che ha dato al mondo e alla Chiesa».




