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Un frame tratto da un video che mostra Mario Roggero che insegue e poi spara ai rapinatori scappati dalla sua gioielleria al termine della rapina. ANSA/NPK +++
Caro don Stefano, vorrei rivolgermi a quei cattolici che acriticamente si schierano a spada tratta con il gioielliere Mario Roggero. Senza dubbio ci colpisce l’appello da lui rivolto al pubblico tramite la Tv: essere condannato a 14 anni per lui, data la sua età, significa di fatto l’ergastolo. Chi di noi si opporrebbe a una grazia eventualmente concessa dal nostro presidente Sergio Mattarella? La clemenza accordata non annullerebbe comunque la motivazione della condanna. Se Roggero può continuare a vivere con questa speranza, non dimentichiamo che due uomini, a causa di lui, non vivono più.
DONATELLA
Cara Donatella, non entrerò qui nel dibattito politico o giuridico sulla disciplina della legittima difesa che si sta sviluppando in seguito a questo caso così controverso, che sta così fortemente mobilitando l’opinione pubblica italiana e su cui ha parlato in modo equilibrato e competente il nostro Adriano Sansa. Così come do per scontato che la vicenda sia nota a tutti. Mi interessa qui piuttosto chiedermi quale luce il Vangelo getta su una vicenda che ha profondamente colpito il nostro Paese.
La prima cosa da dire è che la tradizione cristiana non ha mai negato il diritto alla legittima difesa. Anzi, il Catechismo della Chiesa Cattolica ai nn. 2263-2265, situati all’interno della sezione dedicata al quinto comandamento (“Non uccidere”), afferma chiaramente che difendere la propria vita o quella di altri può essere non solo un diritto, ma perfino un dovere. Nessuno è obbligato a lasciarsi uccidere o a subire passivamente un’aggressione: è il principio classico mutuato da san Tommaso d’Aquino, secondo cui ciò che si vuole in questo caso estremo è principalmente salvare una vita, non uccidere, che avviene solo come conseguenza del fatto che la vita, appunto, sia stata attaccata ingiustamente. La vita è un bene ricevuto da Dio e, come tale, merita di essere custodita e protetta.
Tuttavia, la visione cristiana introduce subito un criterio decisivo: la difesa è moralmente lecita finché serve a respingere un’aggressione ingiusta. Quando il pericolo è cessato, la giustificazione morale dell’uso della forza viene meno. È questa distinzione che il Vangelo ci invita a custodire. Difendersi è una cosa; punire è un’altra. La prima può essere necessaria. La seconda appartiene alla giustizia dello Stato e non al singolo.
Naturalmente è facile dirlo da spettatori. Chi ha subito una rapina a mano armata vive un’esperienza di paura, di umiliazione e di shock che nessuno dovrebbe giudicare con leggerezza. Comprendere questo trauma è un dovere umano prima ancora che cristiano. Proprio per questo la Chiesa non guarda mai una persona soltanto attraverso il gesto che ha compiuto, ma cerca sempre di coglierne la sofferenza e la fragilità. Comprendere, però, non significa automaticamente giustificare. Il cristianesimo distingue sempre tra la spiegazione di un comportamento e la sua valutazione morale. Una persona può aver agito sotto una pressione emotiva enorme e, nello stesso tempo, aver oltrepassato un limite che il Vangelo invita a non superare.
Gesù, infatti, non elimina il problema della giustizia, ma impedisce che la giustizia degeneri in vendetta. «Amate i vostri nemici» e «pregate per quelli che vi perseguitano» sono forse le parole più difficili scritte nel Vangelo, proprio perché sembrano scontrarsi con l’istinto naturale dell’uomo di restituire il male ricevuto. Ancora più esplicito è san Paolo: «Non fatevi giustizia da voi stessi... Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Romani 12,19.21).
Queste parole non chiedono al cristiano di essere ingenuo. Chiedono qualcosa di molto esigente: impedire che il male dell’aggressore finisca per determinare anche il nostro modo di agire. Il rischio più grande, infatti, è che il male vinca due volte: la prima attraverso la violenza del criminale, la seconda trasformando la vittima in protagonista, a sua volta e suo malgrado, di un’altra violenza.
C’è poi un’altra prospettiva che il Vangelo non permette di dimenticare. Anche chi sbaglia gravemente non perde la propria dignità di figlio di Dio. Questo non significa equiparare la vittima e il colpevole, né sminuire la gravità di una rapina. Significa soltanto ricordare che nessuna persona coincide totalmente con il proprio peccato. Per il cristiano ogni uomo rimane sempre qualcuno per il quale Cristo ha dato la vita.
E questo vale tanto per la vittima quanto per l’aggressore. Per questo uno sguardo evangelico prova compassione per tutti. Per il gioielliere, segnato da una tragedia che gli ha cambiato per sempre l’esistenza. Per la sua famiglia, che continua a portarne il peso. Ma anche per le famiglie dei rapinatori, che hanno perso un figlio, un marito o un padre. Il dolore non si distribuisce secondo le colpe.
Forse è proprio questa la lezione più difficile da accogliere. Davanti a vicende come questa siamo spontaneamente portati a dividerci in tifoserie: chi sta tutto da una parte e chi tutto dall’altra. Il Vangelo, invece, ci insegna a non semplificare. Ci insegna a difendere la vita senza idolatrare la violenza, a chiedere giustizia senza trasformarla in vendetta, a condannare il male senza rinunciare alla misericordia verso chi lo ha compiuto. In questo ci aiuta solo la preghiera e una visione illuminata dallo Spirito Santo.
La questione, per concludere, non è scegliere tra sicurezza e Vangelo. La vera domanda è un’altra: come può un cristiano difendere il bene senza lasciare che il male entri nel suo cuore? È una risposta che non si improvvisa nel momento della paura, ma si prepara ogni giorno, educando la coscienza alla giustizia, alla responsabilità e a quella carità che non cancella il male, ma impedisce che abbia l’ultima parola.




