Una fedele condivide la sua esperienza con un parroco difficile: come mantenere la fede e la carità in una comunità sfidante che sembra farci perdere la fede?

Gentile don Stefano, frequento da tanti anni la mia parrocchia, dove ho stretto belle amicizie, cercando di dare il mio contributo. Da oltre dieci anni, però, è stato nominato un parroco dal carattere difficile e intransigente, sempre cupo e pessimista, che ha fatto quasi il vuoto nella comunità.

Io ho resistito per il grande affetto verso i pochi rimasti e la fedeltà alla parrocchia che sento come mia, convinta che, mostrando impegno e volontà di collaborazione, e passando sopra a parole non gradite, un po’ per volta si potessero costruire rapporti migliori.

Purtroppo così non è stato: sono stati innumerevoli i dinieghi, i rimproveri, gli attacchi generici e ad personam; anch’io sono stata punta nel vivo, pur essendomi rivolta a lui per indicazioni legate al servizio che stavo svolgendo.

Ho provato a parlare con le persone che ricoprono un ruolo di responsabilità in parrocchia per chiedere se fosse possibile cercare un aiuto in curia. Ma questi, pur riconoscendo ciò che sta accadendo, ritengono che i sacerdoti si debbano accettare comunque per il santo ministero che svolgono. Ho grande rispetto per questa opinione, ma la condivido solo in parte, visto che non sono solo rappresentanti di Dio, ma anche uomini che operano in una comunità, al cui bene bisogna responsabilmente provvedere.

Capisco che allontanarmi dalla parrocchia è visto come un doloroso abbandono, ma ho anche bisogno di ritrovare un sostegno e un nutrimento spirituali, senza i quali la fede inaridisce e la speranza languisce. Certo, la carità che tutto scusa e tutto sopporta non deve mai venire meno, come dice san Paolo...

Una parrocchiana smarrita

Cara amica, dalle tue parole si capisce che la tua non è una decisione impulsiva. Hai fatto ciò che il Vangelo suggerisce: hai resistito, hai cercato il dialogo, hai sopportato incomprensioni e ferite, hai continuato a servire la comunità senza mettere te stessa al centro. Per questo mi sento anzitutto di dirti che sei stata coraggiosa e generosa.

È vero ciò che ricordi, citando san Paolo: «La carità è magnanima, benevola è la carità... tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1Corinzi 13,4.7-8). È una pagina che tutti dovremmo rileggere spesso. Perciò ti invito a non lasciare spazio al rancore, al desiderio di rivalsa o a giudizi che condannano le persone. Anche il tuo parroco, prima di essere un sacerdote, è un uomo con i suoi limiti e le sue fragilità, e merita la tua preghiera (anche se far presente comunque la situazione in curia mi sembra doveroso in questi casi).

La carità, però, non coincide con il sopportare qualsiasi situazione fino a consumare la propria vita spirituale. Se un ambiente, pur affrontato con le migliori intenzioni, diventa un ostacolo alla preghiera, alla serenità e alla crescita nella fede, bisogna avere l’umiltà di riconoscerlo. E non mi pare una fuga né un tradimento, ma la presa d’atto della propria fatica. Nessuno è chiamato a portare un peso superiore alle sue forze.

Per questo, se dopo tanti tentativi non riesci più a trovare in parrocchia quel nutrimento spirituale di cui ogni cristiano ha bisogno, puoi scegliere serenamente di frequentare un’altra comunità. Fallo però senza sbattere la porta, senza alimentare divisioni, senza cercare consensi contro il parroco e comunque mantenendo, per quanto possibile, rapporti con gli amici che ti sei creata in quel contesto. Continua a pregare per lui e per la comunità che lasci, conservando nel cuore tutto il bene che lì hai dato e ricevuto.

La fedeltà più grande non è a una parrocchia, ma al Signore. Se una situazione diventa un ostacolo alla tua fede e supera le tue forze, riconoscerlo con serenità non significa venir meno alla carità. Significa, piuttosto, custodire quel dono prezioso che il Signore ti ha affidato. E se lo farai senza rancore, con un cuore riconciliato e nella preghiera, continuerai a vivere quella stessa carità che, sempre per Paolo, «non avrà mai fine».