PHOTO
Soccorritori e civili tra le macerie dopo un raid israeliano nel villaggio di Ain Qana, nel sud del Libano.
Arriviamo a Pasqua mentre il Medio Oriente è in fiamme. Tra missili che infuocano quella martoriata terra e incidenti diplomatici, giunge anche quest’anno questo fausto giorno a dirci che c’è vita oltre la morte, speranza oltre l’angoscia, luce oltre le tenebre in cui sembra affondare il mondo per una volontà satanica di dominio e di denaro. Il Signore risorge anche oggi a dirci che Dio ha vinto il mondo e le sue logiche perverse, come quelle che strumentalizzano il suo Nome santo per uccidere innocenti, distruggere comunità umane, famiglie, città, villaggi.
Don Tonino Bello, profeta della pace, in un altro momento buio dell’umanità, scrisse: «Non tiratevi indietro anche se avete la percezione di camminare nelle tenebre. È di notte che è meraviglioso attendere la luce. Bisogna forzare l’aurora a nascere, credeteci. Amici, forzate l’aurora. È l’unica violenza che vi è consentita».
C’è una domanda fortissima, allora, che attraversa questa Pasqua e che ci raggiunge dentro i nostri giorni un po’ distratti: dove cerchiamo veramente la vita? Perché rischiamo di inseguirla nei luoghi sbagliati: nel consumo che promette felicità immediata, nelle relazioni fragili, nell’illusione di avere tutto sotto controllo. Eppure, quante volte ci troviamo davanti a “tombe vuote”: esperienze che deludono, sicurezze che si sgretolano, progetti che non riempiono il cuore.
La Pasqua non nega questa fatica. Non elimina il dubbio, non cancella la paura. Al contrario, ci mostra nei Vangeli uomini e donne smarriti, incapaci di comprendere ciò che è accaduto. La fede non nasce come evidenza, ma come cammino. Non è un punto di partenza, ma un approdo che matura lentamente, dentro le contraddizioni della vita. Ed è proprio qui che si apre uno spiraglio decisivo: si può sempre ricominciare. Anche quando tutto sembra perduto e la speranza appare fragile. Anche lì, soprattutto lì, c’è Luce.
La Pasqua ci dice qualcosa di ancora più radicale: il senso dell’esistenza non è solo nelle nostre mani. C’è una Presenza che accompagna la storia, anche quando non la riconosciamo. E questo cambia lo sguardo. Dentro le fatiche del nostro tempo – le tensioni sociali, le guerre, le solitudini diffuse, le paure per il futuro – non siamo abbandonati. La speranza cristiana non è ingenua: è una scelta, spesso controcorrente, di credere che il bene è più forte del male, che la vita è più forte della morte.
E allora emerge anche una responsabilità. Se crediamo che la vita ha vinto, siamo chiamati a renderla visibile. Nelle famiglie, spesso segnate da fragilità ma ancora capaci di amore autentico. Nei giovani, che cercano strade nuove. Negli anziani, che custodiscono memoria e saggezza. Nelle comunità, chiamate a essere luoghi accoglienti e umani. Oggi più che mai serve una testimonianza semplice e concreta. Non discorsi, ma vite che parlano. Non certezze ostentate, ma speranze vissute. Non perfezione, ma autenticità.




