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Gv 10,22-30 - Martedì della IV Settimana di Pasqua
Qual è la prova che siamo davvero di Cristo? Nel Vangelo di oggi Gesù risponde con parole semplici e decisive: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono». Essere di Cristo non è il risultato di un ragionamento o di una convenienza. Non è un’appartenenza teorica. È una relazione. Significa riconoscere la sua voce, fidarsi di essa e scegliere di seguirla.
Questo implica un passaggio concreto: prendere sul serio la sua parola, il suo punto di vista, il suo modo di guardare la realtà. Non basta dire di essere cristiani ma è necessario lasciarsi guidare dal Vangelo nelle scelte quotidiane. Dire di appartenere a Cristo e poi vivere in modo contrario alla sua parola è una contraddizione. Non per un giudizio esterno, ma perché manca la coerenza di una relazione reale. Tuttavia, seguire Cristo non significa essere esecutori passivi. Non si tratta di obbedire in modo meccanico. È, piuttosto, la risposta di chi si sa amato. È la fiducia di chi riconosce una voce che non inganna.
Gesù aggiunge infatti: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute». Seguire la sua voce significa entrare in una sicurezza profonda, non perché tutto è sotto controllo, ma perché ci si scopre custoditi. La vera appartenenza a Cristo, allora, si manifesta in questo ascolto fiducioso. Non perfetto, non senza fatica, ma reale. È il cammino di chi, giorno dopo giorno, impara a riconoscere quella voce e a lasciarsi guidare da essa.





