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Giovanni 1,43-51 – Feria propria del 5 gennaio
Il Vangelo di oggi è una piccola geografia del cuore umano. Ci sono strade, nomi, spostamenti, ma in realtà si parla di ciò che accade dentro una persona quando incontra Dio. Gesù non fonda una scuola, non spiega una dottrina, non fa un discorso: chiama. «Seguimi». E in quella parola c’è tutto il rischio dell’amore, perché seguire qualcuno significa smettere di avere il controllo della direzione.
Filippo segue e subito diventa ponte. La fede non ci rende mai proprietari di Dio, ma testimoni. Chi ha incontrato qualcosa di vero non riesce a tenerlo solo per sé. E allora va da Natanaèle, che sembra il prototipo dell’uomo disincantato: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Sembra aver paura di sperare, perché sperare significa poter restare delusi.
Gesù non si scandalizza di questa chiusura. Non discute, non argomenta, non corregge. Guarda. E in quello sguardo Natanaèle si scopre conosciuto. In fondo, è questo che tutti cerchiamo: uno sguardo che ci capisca. Uno sguardo che dica: “Io ti vedo veramente”.
È questo che fa nascere la fede. Non quando risolviamo tutti i dubbi, ma quando troviamo qualcuno che ci resta accanto dentro i dubbi. Per questo Gesù promette a Natanaèle che vedrà il cielo aperto. Non perché diventerà perfetto, ma perché smetterà di chiudersi. Il cielo si apre ogni volta che una persona si lascia guardare, si lascia incontrare, si lascia amare. E solo allora anche noi cominciamo davvero a vedere e a capire.




