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Gv 3,31-36 - Giovedì della II Settimana di Pasqua
«Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura». Può sembrare complesso questo passaggio del Vangelo di Giovanni, inserito nel dialogo con Nicodemo. Eppure c’è un’espressione che merita di essere sottolineata oggi: Gesù dà lo Spirito senza misura. Non in modo limitato, non con parsimonia, ma in abbondanza. Questo significa che Dio non entra nella nostra vita con calcoli o riserve. Dona il suo Spirito in pienezza.
È come dire che riversa in noi un amore sovrabbondante, capace di trasformare ciò che siamo e ciò che viviamo. In fondo, che cos’è che muove davvero la vita, se non l’amore? Ma quando la nostra vita è mossa dall’amore di Dio, allora cambia prospettiva. Non restiamo più prigionieri di una visione ridotta, ma impariamo a guardare tutto da un’altezza diversa. Quante volte, invece, i nostri pensieri, le nostre scelte, le nostre reazioni restano “terra terra”. Ci muoviamo dentro logiche strette, ripetitive, segnate dalla paura o dal calcolo. Eppure l’incontro con Cristo apre uno spazio nuovo. Chi accoglie il dono dello Spirito si accorge che le cose diventano più grandi, più profonde, più vere.
La vita spirituale, allora, è proprio questo passaggio: smettere di vivere in modo ripiegato, chiuso, limitato, e imparare a vivere secondo una misura più alta. Non è evasione dalla realtà, ma il modo più vero di abitarla. È lasciarsi portare dallo Spirito, che non toglie nulla alla nostra umanità, ma la dilata. Che non ci rende estranei alla vita, ma più capaci di viverla fino in fondo. E forse è proprio questo il dono più grande: scoprire che siamo fatti per molto di più di quello che spesso ci accontentiamo di vivere nelle nostre giornate e nella mediocrità di certe esperienze. La cosa che dovremmo detestare di più non sono le cadute. Infatti queste a volte dipendono solo dalla nostra debolezza. La cosa che dovremmo detestare di più è invece la mediocrità in cui certe volte è ridotta la nostra vita e la nostra vocazione. Per parafrasare una felice espressione di un maestro spirituale del nostro tempo, dovremmo dire che siamo delle aquile che si ostinano a vivere come polli.





