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Lc 14,25-33 - San Carlo Borromeo, Vescovo – Memoria
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo».
A scanso di equivoci, Gesù nel Vangelo di oggi cerca di sfoltire il più possibile la folla degli ammiratori che lo segue. Gesù non vuole ammiratori, vuole discepoli. Per essere discepoli bisogna fare delle scelte molto concrete. Non basta stimarlo, applaudirlo, trovarlo affascinante: bisogna davvero seguirlo. La prima scelta è quella di non idolatrare mai nessuna relazione di questa vita, facendola diventare Dio.
Un padre, una madre, una moglie, un figlio, un fratello, una sorella, un amico non possono diventare il nostro dio. Non perché vadano amati di meno, ma perché nessuno di loro può portare il peso di essere tutto per noi. Quando chiediamo a una persona di salvarci, prima o poi la schiacciamo, e prima o poi ne restiamo delusi. Solo quando Dio è al primo posto i nostri affetti trovano il loro giusto posto, e finalmente possiamo amarli per quello che sono. La seconda scelta è smettere di lamentarsi e abbracciare la realtà di tutti i giorni.
È questo, in fondo, portare la propria croce: non andare a cercare sofferenze straordinarie, ma accettare la vita così com’è, con le sue fatiche, i suoi limiti, le sue ferite, le persone che non abbiamo scelto. Il lamento ci tiene fermi, ci fa vivere altrove, nella vita che avremmo voluto. La croce invece, abbracciata, ci mette in cammino dietro a Gesù, ogni santo giorno. Non sono condizioni per pochi eroi. Sono le condizioni base di ogni vero discepolato. Chi le accoglie scopre che seguire Cristo non significa perdere la propria vita, ma finalmente trovarla e viverla sul serio.
Mercoledì 4 novembre 2026 – (San Carlo Borromeo, Vescovo – Memoria)



