Giobbe maledice il giorno in cui è nato. Una bestemmia o una preghiera? E cosa fare quando arriva l'ora più buia? Papa Francesco parla delle rpove di Giobbe che «ha perso tutta la famiglia, ha perso tutti i beni, ha perso la salute e tutto il suo corpo è diventato una piaga, una piaga schifosa. In quel momento è finita la pazienza e lui dice queste cose. Sono brutte! Ma lui sempre era abituato a parlare con la verità e questa è la verità che lui sente in quel momento». E il Papa ricorda anche Geremia, che quasi con le stesse parole dice: «"Maledetto il giorno che nacqui!”. Ma questo uomo bestemmia? Questa è la mia domanda: quest’uomo che sta solo, così, in questo, bestemmia?. Gesù, quando si lamenta e dice "Padre, perché mi ha abbandonato!",bestemmia? Il mistero è questo. Tante volte io ho sentito persone che stanno vivendo situazioni difficili, dolorose, che hanno perso tanto o si sentono sole e abbandonate e vengono a lamentarsi e fanno queste domande: perché? Perché? Si ribellano contro Dio. E io dico: "Continua a pregare così, perché anche questa è una preghiera».
Perché, spiega il Papa, «Si prega con la realtà. La vera preghiera viene dal cuore, dal momento che uno vive. E’ la preghiera nei momenti del buio, nei momenti della vita dove non c’è speranza, non si vede l’orizzonte. E tanta gente, tanta oggi, è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce cosa le è accaduto, perché è così. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza. Pensiamo alle tragedie, alle grandi tragedie, per esempio questi fratelli nostri che per essere cristiani sono cacciati via dalla loro casa e rimangono senza niente:"‘Ma, Signore, io ho creduto in te. Perché? Credere in Te è una maledizione, Signore?”. Pensiamo agli anziani lasciati da parte, pensiamo agli ammalati, a tanta gente sola, negli ospedali». E per tutti, consola il Papa, «anche per noi quando andiamo nel cammino del buio la Chiesa prega. La Chiesa prega! E prende su di sé questo dolore e prega».
E dice ancora: «Noi senza malattie, senza fame, senza bisogni importanti quando abbiamo un po’ di buio nell’anima, ci crediamo di essere martiri e smettiamo di pregare. E c’è chi dice: “Mi sono arrabbiato con Dio, non vado più a Messa!”. Ma perché? Per una cosina piccolina». Le nostre spesso sono «lamentele da teatro. Davanti a queste, a questi lamenti di tanta gente, di tanti fratelli e sorelle che sono nel buio, che hanno perso quasi la memoria, quasi la speranza – che vivono quell’esilio da se stessi, sono esiliati, anche da se stessi – niente!».
Bisogna prepararsi per il tempo buio, «che forse non sarà tanto duro come per Giobbe, ma avremo un tempo di buio. Preparare il cuore per quel momento. E pregare come prega la Chiesa, con la Chiesa per tanti fratelli e sorelle che patiscono l’esilio da se stessi, nel buio e nella sofferenza, senza speranza alla mano».
Perché, spiega il Papa, «Si prega con la realtà. La vera preghiera viene dal cuore, dal momento che uno vive. E’ la preghiera nei momenti del buio, nei momenti della vita dove non c’è speranza, non si vede l’orizzonte. E tanta gente, tanta oggi, è nella situazione di Giobbe. Tanta gente buona, come Giobbe, non capisce cosa le è accaduto, perché è così. Tanti fratelli e sorelle che non hanno speranza. Pensiamo alle tragedie, alle grandi tragedie, per esempio questi fratelli nostri che per essere cristiani sono cacciati via dalla loro casa e rimangono senza niente:"‘Ma, Signore, io ho creduto in te. Perché? Credere in Te è una maledizione, Signore?”. Pensiamo agli anziani lasciati da parte, pensiamo agli ammalati, a tanta gente sola, negli ospedali». E per tutti, consola il Papa, «anche per noi quando andiamo nel cammino del buio la Chiesa prega. La Chiesa prega! E prende su di sé questo dolore e prega».
E dice ancora: «Noi senza malattie, senza fame, senza bisogni importanti quando abbiamo un po’ di buio nell’anima, ci crediamo di essere martiri e smettiamo di pregare. E c’è chi dice: “Mi sono arrabbiato con Dio, non vado più a Messa!”. Ma perché? Per una cosina piccolina». Le nostre spesso sono «lamentele da teatro. Davanti a queste, a questi lamenti di tanta gente, di tanti fratelli e sorelle che sono nel buio, che hanno perso quasi la memoria, quasi la speranza – che vivono quell’esilio da se stessi, sono esiliati, anche da se stessi – niente!».
Bisogna prepararsi per il tempo buio, «che forse non sarà tanto duro come per Giobbe, ma avremo un tempo di buio. Preparare il cuore per quel momento. E pregare come prega la Chiesa, con la Chiesa per tanti fratelli e sorelle che patiscono l’esilio da se stessi, nel buio e nella sofferenza, senza speranza alla mano».


